La casa dell’Elleboro

La casa dell’Elleboro

Clelia Pulcinelli, autrice nota alla community per i romanzi Bruciare con L’Acqua, Lavare Col Fuoco e la saga fantasy Aeternam, torna con un nuovo romanzo: La casa dell’Elleboro (link), un gotico italiano che sfida il sottile confine tra realtà ed esoterismo.

L’atmosfera misteriosa e arcana che si respira tra le pagine del libro racconta la storia della sussurrante Villa D’Ameli e dei segreti che il protagonista Antero si troverà a fronteggiare, in un viaggio che metterà a dura prova le sue credenze.

L’autrice racconta il suo romanzo nella seguente intervista.

In che modo “La Casa Dell’Elleboro” si lega alle tue opere e precedenti e a quali?

Con La Casa Dell’Elleboro torniamo nel mondo del gotico italiano, un genere che ho delineato
personalmente e che lega la tradizione letteraria gotica tipica del romanzo anglosassone e Southern
gothic americano alle atmosfere e il folklore caratteristico del nostro paese. La prima pennellata di
questo genere l’ho data in Bruciare con L’Acqua, Lavare Col Fuoco e adesso, con La Casa
Dell’Elleboro, sento di poter ufficialmente dire che il gotico italiano continuerà a trovare espressione
in questo ciclo di romanzi, tutti autoconclusivi e a sé stanti, che coniugano straniamento, esoterismo e
tormenti umani.

Sia nel saggio introduttivo “Bruciare con L’Acqua, Lavare Col Fuoco” che nella prefazione de “La Casa Dell’Elleboro” ci parli delle impressioni derivate dalla tua terra per questi romanzi e il tuo gotico italiano. Puoi dirci di più?

La Ciociaria, la mia terra, gioca un ruolo centrale ormai nella mia produzione letteraria. Dagli aspetti più
materiali, come la conformazione fisica-geografica dei luoghi o determinati usi e costumi, fino agli
aspetti più esoterici e mistici, come il folklore, le leggende e le credenze tipiche delle mie zone. Quando
avevo diciannove anni me ne sono andata di casa per studiare, in un’altra città, un’altra regione, tutto un
altro ambiente. Dopo due anni ho preso la ferma decisione di tornare perché grazie alla lontananza
avevo capito che le mie radici qui sono profonde e non solo per via di abitudini o affetti. Da quando
sono tornata la mia produzione letteraria è cresciuta in numero e qualità, ho costruito una voce più
personale e unica, ho finalmente trovato il filo rosso della mia creatività artistica. Come le abbazie che
puntellano le nostre montagne e i paesini arroccati pieni di storie di streghe e briganti io appartengo a
questa terra e porto dentro di me, radicate, tutte le sue storie misteriose e tutte le sue tradizioni arcane.

I tuoi personaggi sono tutti molto vari e diversi fra loro, è una scelta di inclusività o ti ispiri alle tue esperienze e a quelle di chi conosci?

Non sono solita inserire persone reali, me compresa, nei miei romanzi. A volte posso prendere in
prestito dei tratti, delle stranezze o delle impressioni, magari ispirarmi a qualche fatto interessante che
ho sentito o vissuto, ma sempre con una grossa percentuale di rielaborazione e un’enorme percentuale
di immaginazione e invenzione. I mei personaggi sono tutti diversi perché il mondo è così, le persone
sono così, gli esseri umani sono tutti differenti fra loro e tutti i tipi di umani possono e devono essere
esplorati, raccontati, resi partecipi, perché tutti abbiamo qualcosa da raccontare. Non penso mai ai miei
personaggi come “la quota rosa”, “la quota diversità”, “la quota inclusione”, non avrebbe senso. Sono
vivi e come tutti i vivi fanno le loro scelte e hanno le loro peculiarità e le loro caratteristiche innate.

Che cosa vorresti lasciare ad un lettore che si immerge in un tuo romanzo gotico?

La restanza. O almeno, l’ipotesi della restanza. Vito Teti disse che la restanza “non è meno decisiva e
fondante dell’avventura del viaggiare”. I miei romanzi gotici partono sempre dal presupposto di
un’avventura, poi i protagonisti restano intrappolati e l’avventura avviene, eccome se avviene, ma
avviene dentro invece che fuori. Avviene sempre in un luogo dimenticato, sottovalutato, che nasconde
però qualcosa di magico, terribile forse, spaventoso a volte, ma anche meraviglioso. È quello che vorrei
il lettore provasse, alla fine del romanzo, per il nostro paese, per la propria terra, per questa lunga
striscia di terra nel mediterraneo da cui troppo spesso ci viene detto che vale solo la pena fuggire,
perché chi resta è intrappolato. Io spero che leggendo uno dei miei romanzi gotici i lettori possano
riscoprire, in tradizioni e folklori così anticamente radicati in noi, la meraviglia, lo straniamento e lo
stupore “sublime” che si nasconde in tutti quei luoghi troppo spesso considerati da dimenticare o,
peggio, da fuggire.

Buona lettura con La casa dell’Elleboro (link)!



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