11 Ott Jimi, portami via con te
La collana BLACK-OUT di Gianluca Morozzi si arricchisce di un nuovo prezioso titolo: Jimi, portami via con te (link) di Roberto Menabò. Un romanzo di introspezione, crescita e formazione che vede protagonista un adolescente alle prese con l’Italia degli anna ’70.
Gianluca ha intervistato per noi l’autore.
Ci racconti il tuo percorso di lettore? Quali libri ti hanno formato?
Il ricordo si perde negli anni quando ero poco più di un bambino, in cui mi rivedo ad addormentarmi e sognare su una pagina ancora aperta. La mia era una famiglia popolare e non istruita dove non c’erano libri, ma visto che mi piacevano molto, mi regalavano dei romanzi che comperavano nelle librerie, scegliendo a caso o chiedendo al titolare qualche titolo nelle tante collane per ragazzi che esistevano negli anni ’60. Mi innamoravo di tutto, da I Ragazzi della Via Paal a Piccolo Alpino, senza discriminazioni, volevo solo storie da leggere. Ho letto tanto, ma di quel periodo due romanzi sono rimasti indelebili: Zanna Bianca e L’Isola del Tesoro che rilessi diverse volte da ragazzino ma anche da adulto. Con l’adolescenza leggevo a caso, trovando qua e là romanzi nella biblioteca cittadina: Steinbeck e Thomas Mann si confondevano con Calvino o Hemingway. All’università scoprii Beppe Fenoglio, sicuramente uno degli autori che mi ha dato di più con la sua scrittura scarna, ricca di metafore incisive e densa di umori come un’improvvisazione bebop e per le sue storie secche e prive di retorica: veramente un grande scrittore. Ho poi avuto la fortuna di passare tutta la mia vita lavorativa insegnando italiano al triennio delle superiori per cui non volevo spiegare un classico senza prima averlo letto e nello stesso tempo ero stimolato a cercare nuovi autori da far leggere ai futuri maturandi. Fu tra questi che mi imbattei in Cormac McCarthy con i suoi romanzi epici e tragici. Ma sicuramente sto facendo torto a tanti altri scrittori che ho letto ed ho amato, spero mi perdonino….
E il tuo percorso di scrittore?
Ho iniziato negli anni 80 a scrivere recensioni ed articoli su riviste musicali e fanzine ormai defunte. Questo mi ha abituato alla scrittura e a non rimanere fermo ed indeciso davanti ad un foglio bianco. Fu quando scrissi una monografia su John Fahey ma soprattutto quando ho scritto la trilogia sui cantanti di blues che ho capito che si può usare la fantasia e il gusto del romanzo pur essendo filologicamente corretti e precisi. Questo poi mi ha aperto le porte per i racconti sulla Pianura Padana e l’ultimo romanzo.
Quanto hai pescato dai tuoi ricordi per scrivere questo romanzo e quanto hai lavorato di fantasia?
Prima di tutto, quando ho deciso di scrivere il romanzo e di ambientarlo nel 1970 ho letto e riguardato a lungo su quell’anno, per cui dagli album musicali, alle notizie dei telegiornali sono tutti precisi storicamente. Ho pescato poi quasi tutto dal ricordo e dalla mia storia autobiografica: l’Istituto Tecnico, il bar popolare, i lavori estivi, la città, la conferenza di Pasolini, il camion ribaltato e tanto altro. Poi ci sono situazioni di fantasia che mi hanno permesso di dare una linearità alla storia così come i personaggi che alcune volte sintetizzano le caratteristiche di alcune persone realmente vissute. Insomma, la fantasia mi ha permesso a volte di addolcire, o a volte di enfatizzare alcune situazioni e nello stesso tempo di chiudere in un lasso di tempo determinato sensazioni e turbamenti che nel ricordo furono più lunghi e complessi.
La domanda per chi ha letto il romanzo è ovvia: qual è stato e qual è il tuo rapporto con la musica?
Il mio rapporto con la musica è come nel romanzo: carnale e passionale, ancora tuttora vivo e vegeto.
Già da adolescente non era solo ascoltare un album, era qualcosa di più, era una storia che mi coinvolgeva con i suoni e mi faceva venire voglia di conoscere e di informarmi. Ho poi imparato a suonare la chitarra e con gli anni mi sono esibito tantissime volte dal vivo e ho inciso dischi, ma questo non ha intaccato lo stupore e la commozione nell’ascoltare la musica che mi piace come se fosse un bisogno per arricchirmi. Ancora adesso suono la chitarra con grande piacere in modo libero e senza costrizioni, divertendomi e progettando nuovi dischi e concerti. Insomma, la musica mi fa sentire vivo e pronto all’azione.
Buona lettura con Jimi, portami via con te (link)!