23 Ott Il suono che divora
Il suono che divora (link) quando la musica diventa carne, e l’eco del synth-pop si trasforma in visione
C’è un momento, nella storia di ogni band, in cui il silenzio suona più forte di qualsiasi amplificatore.
Per i Murder Cult, protagonisti del nuovo romanzo di Roberto Acerra, quel momento arriva dopo la morte del loro terzo membro, Andy Hart — quando la musica smette di essere soltanto ritmo e memoria, e si fa materia viva, capace di mutare chi la ascolta. Il suono che divora (BookTribu, 2025) è un viaggio oscuro nei sotterranei della Londra post-industriale, dove il synth-pop diventa linguaggio dell’anima e il corpo il suo strumento più fragile.
Romanzo musicale, body horror e riflessione filosofica, l’opera di Acerra scorre come un nastro VHS ritrovato: graffiata, vibrante, con i colori distorti di una memoria che non vuole spegnersi. È un omaggio ai Depeche Mode, ai Joy Division, ai The Cure, ma anche al cinema di Cronenberg, Tsukamoto e Lynch — a quel mondo in cui la musica non è mai solo suono, ma pulsazione, ossessione, destino.
«Ho scritto Il suono che divora come un atto d’amore verso i body horror degli anni ’80 e la musica che mi ha cresciuto,» racconta l’autore. «È un romanzo che parla di identità, di tempo, di ciò che siamo disposti a perdere pur di diventare ciò che siamo.»
E in effetti, nella ricerca di Adrian Vale e Rowan Black — due artisti alla deriva nel labirinto del suono — si riflette la tensione di ogni creatore: quella di perdersi per ritrovarsi, di lasciarsi divorare per rinascere.
“Non sono tutti mostri. Alcuni credono davvero di proteggerci. O di proteggere il mondo da noi.”
Così recita la frase di retrocopertina, sintesi perfetta di un romanzo che si muove tra distopia e poesia, tra carne e frequenza, tra l’urlo e il silenzio.
Segue l’intervista integrale a cura di Gianluca Morozzi a Roberto Acerra, autore de Il suono che divora.
Ciao e benvenuto in BookTribu. Per cominciare, come definiresti questo romanzo? Fantascienza? Musicale? Un ibrido?
Ciao, grazie, è un vero piacere essere stato accolto da Booktribu. Una definizione netta per Il suono che divora non riesco a darla. Mi piaceva l’idea di un body-horror ispirato a film che mi hanno segnato in adolescenza, dal Cronenberg di Videodrome, La mosca e Crash ai primi film di Shin’ya Tsukamoto, senza dimenticare il lungometraggio di Akira dell’88 e – perché no? anche Alien e La Casa 1. Ci sono però riferimenti anche ad altre cose che fanno parte della mia formazione, come il personaggio di Thomas, liberamente ispirato al poeta Gary Snyder e alla Kitkitdizze, la sua casa in California diventata col tempo anche un ritrovo culturale nel mezzo della natura. La trilogia di Kerouac (I Vagabondi del Dharma, Big Sur, Angeli di Desolazione) è stata una lettura che ha lasciato il segno sui miei vent’anni; pur non potendomi definire un fan dell’autore e dei suoi accoliti, sono legatissimo al periodo beatnik, anche se poi ho sempre preferito outsiders come Bukowski o il sommo Chuck Kinder, di cui farei leggere le opere a scuola piuttosto dei Promessi Sposi. Tornando al Suono che Divora, è un romanzo che vorrebbe avere quella sgranatura tipica di un VHS guardato oggi, coi colori un po’ alterati, il sonoro che fa strani scherzi. Spero di essere riuscito a dare anche un’impronta filosofica toccando temi quali l’identità, il rapporto col tempo, il valore del silenzio, che cosa significhi “diventare ciò che si è” e quali rischi questa ricerca dei propri limiti possa comportare (spero che questo non spaventi i potenziali lettori! si tratta pur sempre di intrattenimento, ci tengo a chiarirlo). Tirando le somme, si tratta senza alcun dubbio di un romanzo musicale.
Com’è nata l’idea del romanzo?
Il romanzo in origine aveva come protagonisti i Depeche Mode di oggi, che però si sono trasformati presto nei Murder Cult per una questione di maggiore libertà creativa… e poi non so come l’avrebbero presa Dave Gahan e Martin Gore a leggersi tramutati in strane creature traslucide con appendici filamentose che gli escono dappertutto (ma sono sicuro abbiano un ottimo senso dell’umorismo). Ho iniziato a scriverlo la primavera scorsa, in un periodo in cui ero letteralmente ossessionato dai Depeche del periodo Songs of Faith and Devotion (un album incredibile in un periodo in cui i Depeche erano incredibili. Consiglio a tutti la visione del concerto del Devotional Tour con la regia di Anton Corbijn!). Il romanzo è un piccolo omaggio alla scena dark wave e synth degli anni 80-90. Invecchiando i miei gusti musicali si sono poi spostati verso la musica country più strappalacrime, ma questo nel romanzo non c’è.
Ti sei ispirato a band o musicisti esistenti?
Come ho già detto, i Depeche Mode sono il bad seed di questo romanzo. Ma citerei anche i Cure, Joy Division, Jesus and Mery Chain… la lista sarebbe lunga. Sono un ascoltatore curioso ma piuttosto conservatore: da quando ho iniziato a scegliere consapevolmente le cose che volevo ascoltare (tutto è iniziato con The Joshua Tree degli U2, il primo vinile arrivato in casa; sono passati quasi quarant’anni ma lo ricordo come fosse ieri) i miei gusti di base sono cambiati poco e lentamente. Per stare bene, torno sempre ai miei classici: Dylan, Van Morrison, James Taylor, Tom Waits, i Grateful Dead, oppure, parafrasando il poeta, chiusa la soglia do sfogo alla mia turpe voglia: ascolto Dolly Parton e John Denver. Dimentico sicuramente qualcuno. Prima de Il suono che divora, avevo iniziato a scrivere un giallo con protagonista una donna ispirata a Patti Smith, ma il progetto è naufragato a pagina 400. Posso dire che buona parte delle cose che scrivo nascono da una scintilla legata agli ascolti che faccio. Forse tutto è collegato in maniera inconscia al non aver mai imparato a suonare uno strumento.
Hai in mente un altro romanzo dopo questo?
Ho un paio di cose a cui sto lavorando. Chissà? Credo che – se mai vedrà la luce – il prossimo lavoro sarà sostanzialmente diverso da questo. L’importante, per me, è che sia io stesso il primo a sorprendermi. Mi piacerebbe cimentarmi col racconto breve, ma vorrei anche tornare a fare un po’ a pugni con la poesia, il mio primo amore.
Ringraziamo Gianluca Morozzi per la sua intervista.
Buona lettura con Il suono che divora (link)!