23 Mar Il ladro di fisarmoniche
“Ci sono battaglie che non possiamo combattere, ma non vuol dire che non sappiamo difenderci. Conosciamo il sangue e quello che vediamo noi non lo vede nessuno. Ci toccano la vita e la morte e tutte le miserie che ci stanno in mezzo. Non aspettarti mai compassione. La misericordia è un’invenzione dei preti”
Nicoletta Canazza, giornalista professionista per il quotidiano Il Gazzettino e scrittrice. La ricerca di storie da narrare è una passione che Nicoletta coltiva da anni e che ne Il ladro di fisarmoniche (link) prende la forma di una narrazione a tratti gialla e a tratti storica rispetto all’Italia degli anni Cinquanta.
In quale genere faresti rientrare questo romanzo?
Il sottotitolo è romanzo attorno a un delitto perché l’omicidio e l’indagine compiuta dal maresciallo Spada sono l’ossatura della storia, ma non solo. Il tema della violenza attraversa le pagine perché, in quegli anni, erano frequenti tali episodi nei vari strati della società e soprattutto in famiglia dove le tensioni si affrontavano in questo modo. Mi interessava parlare di quel mondo e di quella fase storica tra la guerra e lo sviluppo economico del decennio successivo. E’ stata un’epoca in cui le donne, che nel romanzo hanno un’importanza cruciale, gestivano il patrimonio delle corti che rappresentavano una società chiusa dove entrava molto poco dall’esterno.
In che senso le donne hanno un’importanza cruciale nel romanzo?
Pur nel ritmo sempre uguale delle stagioni, sono donne che agiscono, compiono azioni coraggiose che però nessuno sa se non loro stesse. E poi sono donne che riflettono sulla loro condizione, sono teste pensanti che sanno valutare ciò che manca, ciò che le aspetta e ciò che potrebbe renderle felici.
Quali sono state le tue fonti?
Ho attinto alla mia memoria quando, da bambina, andavo in vacanza in una corte alle porte di Bologna e alle memorie delle donne della mia famiglia. Non è però un libro autobiografico, le fonti dirette familiari mi sono servite per ricostruire il contesto, oltre alle cronache dell’epoca. Quando scrivo un romanzo, anche di genere romance, mi piace affrontare un preciso periodo storico, quindi la società di quel tempo, i gusti, le lotte, le illusioni.
Il ladro di fisarmoniche ha avuto una lunga gestazione, perché?
Ho iniziato sette anni fa a scriverlo, poi nel frattempo ho composto altri romanzi di altro genere. Ma Il ladro di fisarmoniche era sempre lì nel cassetto e, un giorno, ho deciso che era ora di rimetterci le mani, snellirlo e proporlo.
Perché hai scelto la frase in epigrafe che qualsiasi cosa venga toccata poi lascia un segno?
Perché in quel mondo contadino e, soprattutto, in quelle corti cristallizzate, i cambiamenti erano lentissimi, eppure quando qualcosa le toccava, lasciava un segno. E alle donne di certo non sfuggiva.
Perché leggere un romanzo che parla di un mondo contadino degli anni Cinquanta?
Per dare uno sguardo a un mondo che è finito, ma ancora è leggibile nel nostro paesaggio e nelle rovine di molte corti rurali. Una vera e propria civiltà della terra, capace di vivere integrata con l’ambiente e i cicli delle stagioni. Era appena ieri e sembra passato un secolo.
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