13 Mag IL COMMISSARIO SPERDUTO
Siamo orgogliosi di presentarvi il nuovo titolo della Collana POLAR, curata dallo scrittore Paolo Panzacchi.
La grande forza di un romanzo noir, la scintilla che fa divampare un incendio che tiene fissi gli occhi dei lettori e delle lettrici alle pagine, è in un’ambientazione riuscita, magari inconsueta e in personaggi che non ti aspetti. Nel romanzo di Francesco Consiglio, Il commissario Sperduto (link), questi ingredienti ci sono tutti e sono miscelati davvero con sapienza.
Paolo Panzacchi ha intervistato per noi l’autore.
Francesco come ti è venuta a trovare la storia di Rosario Sperduto?
Ho lasciato il mio paese a diciannove anni e sono andato a Roma per inseguire un sogno letterario che si è avverato solo in parte. L’età e la memoria mi hanno presentato il conto, obbligandomi nell’anima a pagare in qualche modo la mia rinuncia alle radici e al tempo senza livore, il tempo amico dell’infanzia. Per farmi perdonare il tradimento ho creato un personaggio, Rosario Sperduto, il commissario di Montereale (in siciliano il mio paese si chiama così: Muntirriali).
Questo commissario è molto diverso da tutti gli altri che siamo abituati a leggere e assolutamente agli antipodi da Montalbano. Cosa ti ha spinto a cercare questa chiave narrativa per questo personaggio?
Sono nato a pochi chilometri dalla Vigata letteraria del commissario Montalbano e posso dire, senza tema di smentita, che c’è una grande differenza tra la Sicilia rappresentata da Camilleri e quella reale. La Sicilia di Montalbano è la percezione dei turisti che si fanno affascinare dai cannoli alla ricotta, dai pupi, dai carretti e dall’accoglienza del popolo. Gitanti mordi e fuggi che non hanno alcun interesse e convenienza a interrogarsi se ciò che viene loro offerto è carne e sangue, vita vera e pulsante. Ma ve l’immaginate i veri mafiosi, quelli che non si fanno scrupolo di sciogliere un ragazzino nell’acido, mentre scoprono che il loro nemico è un certo Catarella che lo stesso Camilleri definisce: “Lento a capire, lento ad agire, pigliato nella polizia certamente perché lontano parente dell’ex onnipotente onorevole Cusumano”. Sai che risate! Sono d’accordo con lo scrittore Fulvio Abbate quando scrive che la mafia di Camilleri è un souvenir, come il carrettino o la coppola o il grembiule con l’effigie di Brando nei panni del Padrino.
Certo, chi legge il mio romanzo potrebbe obiettare che io viro sul grottesco, lontano dalla realtà. E per forza! L’operazione culturale che mi andava di fare era quella di esasperare gli stereotipi e il macchiettismo di Camilleri per portarli all’attenzione del lettore. Faccio un solo esempio, per amor di brevità: Montalbano tratta male la sua fidanzata lasciandola per ore ad aspettarlo sotto il sole perché distratto da un’indagine, e lei che fa? Mette il broncio e nulla più. Quando il mio Sperduto tarda ad un appuntamento con la ex moglie il trattamento che riceve è ben diverso: un cumulo di insulti e un odio così acceso che gli pare d’essere sommerso dalla lava di un vulcano.
La Sicilia che ci racconti è molto diversa da quella che siamo abituati a leggere, come mai questa scelta?
Sempre per la mia voglia di andare contro gli stereotipi. Ti faccio un esempio e lascio al lettore curioso la voglia di scoprire altri brani dove ho cercato di abbattere i luoghi comuni che restituiscono un’immagine distorta della Sicilia. Il clima. Chi basa la sua conoscenza su film e serie tv pensa che questa terra non sia mai bagnata dalla pioggia. Io ho vissuto diciassette anni a Realmonte e non mi pare che l’estate durasse 365 giorni all’anno. Lo stereotipo di una regione eternamente assolata è talmente radicato al di là dallo Stretto che ho voluto ambientare parte del romanzo durante un temporale di pioggia mista a neve.
A dare ulteriore slancio alla trama di questo romanzo c’è la squadra di Sperduto. Chi sono i suoi uomini, come li hai costruiti?
All’inizio pensavo di scrivere una sorta di spin-off di Montalbano con protagonista il vicecommissario Mimì Augello. Volevo restituire l’onore a quello che nella serie tv appare come un malato di seduzione con pochissimo genio investigativo. Ma sarebbe stata, e fin troppo, una parodia di Montalbano. Mi ero anche inventato un agente fifone chiamato Sansone Cacarella. Forse ne sarebbe venuto fuori un romanzo divertente, ma non sono riuscito a scriverlo. L’ho mollato dopo una quarantina di pagine quando ho capito che agli occhi del lettore poteva sembrare il divertissement di uno scrittore rosicone. Sono ripartito da zero e ho creato personaggi che poco avevano a che fare con la saga di Camilleri. La squadra di Sperduto è orizzontale, non c’è un dominus investigativo e gli altri che fanno un po’ a turno la figura dei coglioni. Al fianco di Sperduto lavorano: il suo vice Amoroso, fratello di una lolita ventenne che fa perdere la testa a tutto il commissariato; l’ispettore Pancrazio, che vorrebbe fare tana sotto tutte le gonne; l’agente Bergamini, inesperto ma con amicizie altolocate che lo fanno stare in prima linea ad imparare il mestiere, qualunque abbaglio prenda; il talentuoso Pappalardo, una spalla perfetta che molte volte riesce a risolvere i casi prima del suo superiore; e infine, l’agente Sparafico, che ha tutta l’aria di essere finito lì per caso o per urgenza di fame, tanto pare inadatto a fare il poliziotto.
Signor lettore, il catalogo è questo!
Ringraziamo Paolo Panzacchi per la sua intervista. Buona lettura con Il commissario Sperduto (link)!