Controcanto di Natale

Controcanto di Natale

Il Natale arriva anche in casa BookTribu, e come sempre lo si festeggia con un libro in mano. Quest’anno, BookTribu vi accompagnerà per tutte le vacanze di Natale, con la nuova uscita CONTROCANTO DI NATALE (link), una raccolta di racconti scritta a quattro mani da Luisa Patta ed Eugenio Fallarino, un’antologia ricca di storie, molte delle quali brevissime, di generi molto diversi fra di loro, alcuni divertenti, altri drammatici.

I due scrittori hanno fornito una intervista per raccontare ai futuri lettori il processo di scrittura del libro.

Lo scrittore Eugenio Fallarino ha rilasciato la seguente intervista, rispondendo alle domande poste:

Leggendo i tuoi racconti si sorride molto, anche quando affronti temi in cui non ci si aspetterebbe di farlo. Come alleni l’ironia nella scrittura? Quali sono gli autori e le autrici a cui ti ispiri, in questo senso?

Certamente molta letteratura e non solo ha formato il mio perverso senso dell’umorismo: da Aristofane a Woody Allen, passando per Pirandello, Cavazzoni ed Etgar Keret. Ma la verità è che, quando affronto temi difficili o pesanti, l’umorismo mi coglie come di sorpresa, nascendo in modo del tutto spontaneo – non è un esercizio letterario, non un gioco stilistico, non una scelta razionale. Freud in un noto saggio sostiene che il motto di spirito nasca dall’emergere di alcuni contenuti rimossi attraverso una forma che, essendo ben accetta dal Super-Io, sia in grado di aggirare le inibizioni morali interne ed esterne, personali e sociali, consce o preconsce. Ovviamente, quando Freud parla di “rimosso” intende essenzialmente parlare di pulsione sessuale – ma io penso che, allargando la nozione, il discorso non cambi. Mi rendo conto che, nel mio caso, l’umorismo emerga più chiaramente proprio quando parlo di ciò che mi fa paura: il dolore, la morte, la solitudine. L’insensatezza della vita. Il vuoto esistenziale.

Come si può affrontare tutto ciò seriamente senza apparire retorici, meschini, vuoti?

L’umorismo rompe l’empatia, pone una distanza, mette un filtro fra il parlante (o lo scrivente) e l’oggetto del proprio discorso. È così che, allontanandomi da certi argomenti, posso creare una distanza di sicurezza fra me e loro, e posso in qualche modo affrontarli, parlarne, scriverne. Altri autori e altre autrici sono assai più bravi a prendere questi temi di petto, senza autocensure. Ma per me è così: non riesco parlare di cose serie se non scherzandoci sopra.

Ne “L’Italia di domani” c’è un bizzarro viaggio attraverso le regioni italiane, che a tratti mi ha fatto pensare a” Le città invisibili” in versione 2.0. Dove e quando è nata l’idea per questa insolita guida d’Italia futuristica?

Philip K. Dick, uno degli autori di fantascienza più noti al mondo, avrebbe sempre voluto scrivere romanzi “seri”, esistenzialisti nel senso sartriano del termine. Alcuni, dopo la sua morte sono stati persino pubblicati; purtroppo, sono decisamente meno belli dei suoi libri di genere.

Io ho il problema opposto: vorrei tanto diventare un autore di fantascienza, ma sono in grado di scrivere più o meno di tutto (eh, magari…), tranne quello. Ogni idea che indago, dopo un po’ mi sembra inutile, monotona, trita e ritrita (quasi quanto è trita e ritrita l’espressione “trita e ritrita”). Gli scenari distopici non mi interessano, gli extraterrestri mi generano sbadigli, le realtà alternative mi fanno valutare seriamente il suicidio. Per cui: scrivo fantascienza e accantono, scrivo fantascienza e accantono. Poi un giorno ho riletto… beh sì, lo ammetto: Le città invisibili! Il mio Calvino preferito. E ho pensato: perché buttare via tutto questo mio lavoro di ideazione di realtà alternative? Così ho estratto alcuni (non tutti) dei progetti che avevo accatastato in un cassetto (anzi, nel folder “cassetto” che da anni ho sul desktop del mio PC) e ho provato a dargli un’altra forma. Ho scoperto così che alcune idee che non reggono un romanzo reggono benissimo un racconto di mezza pagina. La prima città che ho scritto è stata Venezia, il racconto che ora chiude la silloge: non mi ricordo bene cosa avessi in mente. Poi Milano: quella era un’idea nata per una specie di versione futuristica (e un po’ fantasy) de La bella addormentata nel bosco. Poi chissà. Il racconto fiorentino è sicuramente la back-story di un giallo distopico complicatissimo che ho abbandonato ancor prima di iniziare a scrivere; il racconto bolognese, che pur non sembra averci nulla in comune, deriva dalla stessa idea di romanzo. Il racconto genovese è ispirato da una mia amica che non sento più da quando ha aperto un ristorante a Rapallo (sarà stata rapita dagli alieni?); il racconto palermitano all’uovo di Leone ne Il giuoco delle parti. Il racconto barese è ispirato a un mio ex collega che amava vantarsi del suo enorme membro, che peraltro non mi ha mai fatto vedere. Insomma: idee diverse prese da contesti diversi. Ma dallo stesso folder_cassetto.

Hai una routine di scrittura? Dove cerchi e dove trovi l’ispirazione per le tue storie?

Alcuni anni fa ce la facevo. Mi svegliavo (tardi) e scrivevo per tre ore. Poi arrivava l’ora di pranzo e mangiavo. Il pomeriggio pensavo ad altro. Da quando però lavoro un po’ a tempo pieno per la Fondazione Bottega Finzioni, una scuola di scrittura, ho un po’ perso queste sane abitudini. Mi trovo a scrivere per lavoro a qualsiasi ora del giorno e della notte per rispettare consegne, o a editare, correggere o rivedere scritti degli studenti. Per cui lavoro sui miei progetti personali un po’ a macchia di leopardo, nei ritagli di tempo. Le idee però non mancano mai. Molte derivano dalla realtà, dalle persone che incontro, dalle cose che mi capitano. Molti amici pensano che a me succedano spesso cose strane, che io sia una specie di calamita per situazioni assurde – ma in realtà cose strane succedono a tutti, ma non tutti ci fanno caso. Io invece le noto, ci sguazzo un po’ sopra, le rimpolpo con la fantasia, poi le scrivo. Poi leggo molto, e anche quando leggo cerco idee. Leggo romanzi, racconti, teatro, poesie e saggi. Ma non solo. Quando sono a ricerca di spunti, leggo quelli che io chiamo “i cataloghi di idee”: libri che quasi nessuno legge, se non per ragioni puramente accademiche, e che invece sono veri e proprie raccolte di storie ancora da sviluppare. Per fare alcuni esempi: cronache medievali, fabliaux e poemi cavallereschi, bestiari, agiografie e martirologi, scritti talmudici e cabalistici, erbari, trattati di biologia rinascimentali, poemi teologici o astrologici, libri di viaggio settecenteschi e ottocenteschi, scritti apocalittici, teogonie e teodicee, eccetera. In questi libri mi si esercita la fantasia – e anche se apparentemente mi portano in dimensioni lontanissime, mi parlano in realtà dell’Umanità tutta, di come uomini e donne furono, di come sono, e di come saranno.

Se potessi scrivere oggi la tua lettera a Babbo Natale e fare una richiesta legata al mondo della scrittura e dell’arte in genere, cosa chiederesti? E, a proposito di libri, cosa c’è nella tua lista dei desideri?

Ovviamente, sotto l’albero di Natale, un bel libro lo trovo sempre. Del resto, me lo compro io. Lo compro su internet, lo faccio recapitare ai miei, loro lo incartano, e lì lo trovo. Mi piacerebbe che anche Babbo Natale, o i miei genitori, oppure i miei amici mi regalassero un libro. Ma non lo fanno. Dicono «Tanto tu hai già tutti i libri di questo mondo. E li hai già letti tutti!» Ovviamente non è vero. E anche fosse, anche se mi regalassero un libro che già ho, e che già ho letto – posso sempre rileggerlo. Non sarebbe la stessa cosa della prima volta: innanzitutto, avrei di fronte gli occhi di chi me lo ha regalato. In realtà non è che leggo molto. Leggo più della media. E farlo è facile. I più sono troppo impegnati per trovare tempo per le cosiddette “attività culturali”. È in parte la vita, che toglie tempo. È in parte il fatto che abbiamo troppi stimoli. È molto difficile mettersi a leggere, ad ascoltare della musica, a guardare un film da cima a fondo, quando lo smartphone ti manda una notifica ogni tre secondi netti. A Babbo Natale chiederei questo. Un piccolo bug informatico. Niente di che, qualcosa che blocchi solamente i social, e solo per 24 ore. Tipo a Santo Stefano. Forse in quella giornata di vuoto, la gente troverebbe un’oretta per leggere, o per ascoltare la musica o per guardare un film. Non perché la cultura sia importante. Ma per dare a ognuno un po’ di tempo per dedicare a sé stesso. O anche solo per avere qualcosa di nuovo da postare il giorno dopo su Facebook, o su Instagram. Oppure, in quel Santo Stefano vuoto, la gente potrebbe tornare a parlare, a chiacchierare. Non attraverso uno schermo, ma faccia a faccia. Sarebbe forse meno culturale, ma non male neanche quello! Ma tutto questo è solo retorica. I miei amici più nerd sono quelli che passano più tempo sui social, ma anche quelli che passano più tempo fra di loro, a giocare e a scherzare, e sono quelli che passano più tempo sui libri, quelli che ascoltano più musica, quelli che guardano più film. Il problema non sono i social, è ovvio. Il problema è come li utilizza chi li utilizza. E se molti li usano come scusa per non dedicarsi né agli altri né a sé stessi, in fondo è un problema loro. Io Santo Stefano lo passerò comunque a leggere, accanto a persone a cui voglio bene. Non perché non ho social. Ma perché sotto l’albero troverò un bel libro. Un libro che ho scelto io, ma che i miei hanno incartato.

La scrittrice Luisa Patta ha gentilmente risposto a queste domande:

Parliamo del Natale: cosa è per te il Natale, e in che senso i racconti che compongono questa antologia rientrano nella tua idea di Natale?

Il Natale è sempre un’attesa speciale, anche se l’età anagrafica dice che sono adulta e che – in quella notte in cui oggi incarto i regali ai miei figli e mangio di nascosto lo spuntino per Babbo Natale e le renne – in realtà non avviene niente di magico. C’è un però: quando vado a letto, buttando l’ultimo sguardo all’albero illuminato con tutti i pacchetti ai suoi piedi, quella magia me la ricordo bene. Il Natale è tornare a Perugia dalla mia famiglia, ritrovarsi intorno a un tavolo, non aver fretta di alzarsi. È la tombola, è ricordare i nonni e sparare cavolate con mio fratello, prendendo in giro i miei. È leggere un libro abbracciata ai miei figli, facendo tardi la notte che il giorno dopo non c’è scuola. È un tempo un po’; più lento, almeno a Natale. I racconti di questa analogia sono molto eterogenei, ma nella vastità dei punti di vista e dei temi c’è sicuramente la mia idea di Natale. Credo che si possa trovare nello sguardo privo di giudizio con il quale mi piace tratteggiare i personaggi, nell’importanza dell’empatia, del dialogo e dell’inclusione che passa attraverso i miei racconti, nell’incontro con l’altro qualunque esso sia. Nei miei racconti c’è sempre (o quasi) il valore umano, la diversità, la priorità della relazione. Ecco, pensandoci bene, per me il Natale è qualcosa che assomiglia a questa frase, che cito da un mio racconto per bambini: “Se non parlerai con gli sconosciuti, ne sarai sempre circondata”. Dunque, il Natale per me è incontro e apertura. Ma così dovrebbe essere sempre, non solo a Natale.

A parte i 5 racconti “In una mano”, gli altri sono racconti molto molto brevi, quasi solo un’immagine. Cosa significa per te la brevità? Quali sfide diverse ti pone come scrittrice?

Per me la scrittura è estremamente visiva, come lo è la lettura. Per questo fatico a leggere fumetti e graphic novel (anche se, periodicamente, faccio nuovi tentativi perché vivo con dei veri appassionati del genere che mi fanno comprendere come io mi stia perdendo dei capolavori) perché ho bisogno di immaginare ciò che leggo a modo mio. Mentre scrivo è preponderante ciò che vedo e spesso i miei racconti nascono da un’immagine, appunto, da qualcosa che visivamente si materializza nella mia testa e non se ne va fin quando non decido di scriverlo! Molti racconti contenuti nel capitolo “Appuntini” sono nati da un fotogramma e in questo senso è un capitolo che si può sfogliare come un album fotografico. La brevità, invece, è nata come una sfida, un allenamento di scrittura, un modo per contenere e indirizzare il flusso creativo (dal momento che non ho mai avuto il dono della sintesi e sono piuttosto dispersiva in tutte le cose che faccio). Ma poi, da quello che era partito come un esercizio di economia e di pulizia del testo da tutto ciò che fosse ridondante e superfluo, ho tratto un grande insegnamento: asciugare il racconto togliendo ciò che non è necessario significa renderlo più efficace, farlo funzionare. In questo processo, fondamentale è la ricerca e la cura delle parole, che devono aderire in modo esatto a ciò che decido di mostrare o raccontare. Quello a cui ambisco è una “prosa icastica”, così come la definisce Italo Calvino nelle sue Lezioni americane. Fare prosa icastica vuol dire cercare la parola precisa, esatta. La parola non generica non vuota, non banale, non ripetitiva. È sfogliare tutte le possibilità linguistiche e non fermarsi al termine che può essere congruo in quel contesto, ma trovare quello che dà più informazioni possibili, quello che calza a pennello. Per cui andrò ad usare “malcelata” al posto di “nascosta”, oppure “acrocòro di rifiuti” invece che “mucchio di rifiuti” per definire in modo esatto ciò che sto descrivendo. La prosa icastica aiuta a razionalizzare la scrittura, la rende concreta, immaginabile, perché estremamente aderente alla realtà. E poi aumenta il valore del testo, specialmente se si tratta di testi breve. Io posso dedicare anche un’ora alla ricerca della parola giusta. Ciò non potrà mai fare della mia esperienza di scrittrice un’attività redditizia!

Da dove nascono i tuoi racconti? Da dove prendi l’ispirazione quando ti metti a scrivere?

L’ispirazione arriva spesso dai viaggi che faccio, dalle vite che mi passano accanto e con le quali entro in connessione, per vicinanza emotiva o per l’esatto contrario. Arriva dalle storie che “rubo” qua e là origliando conversazioni oppure ascoltando una trasmissione radiofonica o, semplicemente, osservando. Adoro osservare, restare un passo indietro rispetto alle situazioni. Tutto può diventare racconto e un solo racconto può diventare decine di racconti, basta giocare con il punto di vista. Mi diverto spesso a scrivere lo stesso fatto cambiando l’io narrante. I racconti nascono, il più delle volte, in quelli che io definisco momenti sacri, perché solo miei. Questi momenti accadono di notte (quando la casa è muta e tiro a scrivere fino alle tre, senza percepire il sonno, che invece si fa sentire bene la mattina seguente) o quando sono in movimento. Ho la fortuna di vivere in campagna e amo correre immersa nella natura; perciò, quando gli incastri lavorativi e familiari me lo permettono, vado a correre. Non dirò una cosa nuova, ma fare attività fisica in un ambiente naturale favorisce il flusso creativo, alimenta il pensiero divergente e mi dà la sensazione che ogni strada narrativa sia percorribile, sia realizzabile. La storia che mi arriva in testa, se sono in movimento, è in movimento con me e attraverso di me: si dipana in un contesto più possibilistico, esplora subito più declinazioni, è potenziata dagli stimoli fisici, visivi e probabilmente dall’effetto benefico delle endorfine generata dalla corsa. Per questo, mi piace dire che scrivo correndo ed è proprio così. Quando torno dalla mia corsa, ho spesso una o più storie nuove in testa. Se posso mi metto subito al pc per “trascriverle” di getto, altre volte le appunto e ci torno a lavorare in un secondo momento. Sono sicura che certi racconti che ho scritto non sarebbero mai nati se fossi rimasta ad aspettarli a casa, davanti a un foglio bianco.

Cosa leggi? Ci sono romanzi o libri di racconti che ti hanno ispirato? E cosa leggerai quest’anno, sotto l’albero?

Ho sempre letto molti romanzi. A quindici anni mi innamorai di Julien Sorel, protagonista de “Il rosso e il nero” di Stendhal, e da lì è stato difficile tornare a leggere cose meno intense, diciamo. Poi, in tempi più recenti, è arrivato l’amore per i racconti: Ada Negri, Dino Buzzati, Luigi Pirandello, José Saramago, Anna Maria Ortese, Julio Cortázar, Roberto Bolaño e in special modo “I quarantanove racconti” di Ernest Hemingway. E con Hemingway, che amo molto, torno al tema della brevità citando “Il vecchio e il mare”, che io considero un capolavoro assoluto in sole 104 pagine- talmente ben dosate e intense – da far sì che sia una fucina di insegnamenti per chiunque voglia scrivere. Leggo molti autori e autrici passate, perché mi raccontano ciò che non ho vissuto e amo molto la letteratura di viaggio, Bruce Chatwin in primis. Ho un’adorazione per Italo Calvino, Virginia Woolf e sono appassionata di letteratura per l’infanzia, per la quale cito i miei massimi riferimenti Gianni Rodari e Roald Dahl. Tra i contemporanei, spaziando tra prosa e poesia, mi piacciono molto Erri De Luca e Silvia Vecchini. Tutte queste letture, nel bene e nel male, vanno a confluire – chissà in quale misura – in quello che scrivo. Negli ultimi mesi sto facendo un approfondimento sulla letteratura sarda, per un progetto di scrittura che è nella mia mente da un po’; (piccola digressione: mio padre è sardo e io ho un forte legame con la Sardegna, che considero la mia terra madre). Ora sono immersa nei testi di Michela Murgia (enorme perdita per la nostra letteratura, la sua “Accabadora” è un affresco vero, perfetto), di Gavino Ledda (di cui tutti conosciamo “Padre padrone”, ma ha scritto tanto altro) e in particolar modo di Maria Grazia Deledda. Una donna straordinaria, una scrittrice coraggiosa e lungimirante, che è partita dalla Sardegna di fine Ottocento per raggiungere Roma e poi il mondo intero, con il suo Premio Nobel per la letteratura nel 1926. La sua vita è una grande fonte di ispirazione, basta pensare al fatto che suo marito, Palmiro Madesani, si licenziò dalla professione di funzionario pubblico per farle da segretario e agente, oggi diremmo manager. Questo succedeva nei primi del Novecento. Ecco quanto questa storia può insegnarci ancora. Quanto può dirci sulla condizione della donna, sui diritti delle donne, sulla parità di genere. Sotto l’albero vorrei trovare questo, ma temo che ci vorrà ancora molto tempo. Intanto troverò libri di autrici che mi apriranno la mente: Maria Grazia Deledda, sicuramente. Ma anche autrici contemporanee: Enrica Tesio, Margaret Atwood, Chimamanda Adichie, Amelie Nothomb, Guadalupe Nettel. Insomma, sarò in buonissima compagnia. E approfitto per fare un piccolo appello: a chi sta pensando che quest’anno non mi regalerà libri perché già ne ho un’infinità (e molti dei quali ancora da leggere) dico che un libro rimane sempre il regalo più bello che io possa scartare.

Potete trovare CONTROCANTO DI NATALE sul nostro sito BookTribu grazie a questo link!

Buona lettura, e buon Natale!



Vuoi rimanere sempre aggiornato sulle nostre ultime novità?
Iscriviti alla nostra newsletter!