10 Mar CHE FINE HA FATTO MATTEO SAVONA?
Un nuovo titolo BookTribu nella Collana BLACK-OUT curata da Gianluca Morozzi che ci presenta Tommaso Volpi, l’autore di Che fine ha fatto Matteo Savona? (link), un romanzo che mescola con sapienza ironia, psicanalisi e incubi provenienti dal passato.
L’autore debutta nel mondo del romanzo dopo aver lavorato nel complicato universo della regia e della produzione.
Gianluca Morozzi lo ha intervistato per noi.
L’infanzia come luogo dei peggiori incubi magari seppelliti in una memoria confusa è un tema molto forte, per certi versi alla Stephen King. Da dove è nato lo spunto iniziale?
Lo spunto iniziale è nato da un sogno che ho fatto realmente in cui il fratello di un mio amico delle elementari mi parlava di lui. Non ricordo quale sia stata la molla che mi ha spinto a farne lo spunto di un romanzo, so solo che a un certo punto immaginai: il protagonista rivanga quel periodo e piano piano si autoconvince di avere ucciso qualcuno. Riguardo alla colpevolezza sono quasi sicuro di aver sognato più di una volta, così come fa il protagonista, di essere responsabile di qualcosa di indefinito e di essermi svegliato con l’amaro in bocca. Le interazioni fra i ragazzi e parte delle atmosfere sono ispirate al film Stand by me (che viene tra l’altro citato apertamente) quindi, sì, è stato inevitabile l’aggancio con Stephen King. In generale credo che l’infanzia sia un terreno fertile per racconti gialli o dell’horror perché è proprio in quel periodo che l’individuo, smarrito e ingenuo, si lascia condizionare da racconti di paura o da leggende che alimentano i suoi incubi che vengono poi dimenticati o, se diseppelliti dopo tanto tempo, insinuano in lui il dubbio: realtà o leggenda?
Per gli aneddoti sul mestiere del protagonista ti sei ispirato a vicende personali?
Gli aneddoti sul mestiere del protagonista sono tutti saccheggiati da esperienze di vita vissuta, ovviamente romanzati all’estremo. La ricerca delle nicchie nella galleria ferroviaria è realmente accaduta. Ero alle prime armi e un noto regista bolognese mi mandò in Toscana a fotografare questi tunnel solo che, non avendo letto bene l’ultima revisione della sceneggiatura, li avevo fotografati senza verificare se ci fossero o meno questi anfratti. Fu una grave svista perché queste rientranze giocavano un ruolo fondamentale nella storia, visto che fornivano il nascondiglio a delle famiglie di ebrei durante la seconda guerra mondiale. Quando il regista vide le foto si arrabbiò con me, giustamente. Nel romanzo le cose vanno in maniera un po’ diversa.
Anche le descrizioni del Cinema d’essai gestito da un collettivo di colleghi è tutto vero. Inizialmente ne facevo parte e collaboravo alle iniziative ma poi, un po’ per pigrizia e un po’ perché dovevo concentrarmi su questioni più vitali, abbandonai l’associazione. Quelle rare volte che mi presentavo al cinema non potevo fare a meno di sentirmi colpevole.
La rivalità del protagonista con Imponenti (il regista coetaneo che finalmente sta per farcela) è molto calcata ma il personaggio esiste davvero ed è un collega che all’epoca aveva vinto un finanziamento per sviluppare la sceneggiatura di un lungometraggio. Ad oggi credo debba ancora realizzarlo.
Com’è nato il personaggio di Chiara?
Il personaggio di Chiara è ispirato al cento per cento alla mia compagnia: il suo background lavorativo, la cooperazione internazionale, il modo esagerato di esprimersi, l’impulsività, le contraddizioni, il cambiamento radicale del look dagli anni universitari ad oggi sono tutti veri. Nel romanzo aiuta il protagonista improvvisandosi detective. Anche questo particolare, anche se nella realtà non c’è mai stato nessun mistero e nessuna ricerca, è ispirato alla passione della mia compagna per l’universo di Agatha Christie.
Raccontaci il tuo percorso letterario. Come sei arrivato alla realizzazione del primo romanzo? Sei passato attraverso racconti, tentativi di romanzo…?
Sembrerà una favola, ma è dai tempi delle elementari che cercavo di scrivere un romanzo. Con un compagno, aiutato da sua madre, cominciammo a scriverne uno di avventure sui pirati. L’unica cosa che ricordo è il nome dell’imbarcazione: El corazon. Poi c’è stato un periodo della mia vita che scrivevo racconti che rimanevano nel cassetto. Fedele lettore di Topolino, volevo diventare invece uno sceneggiatore Disney. Arrivai a conoscere Luca Boschi, il grande critico di fumetti e anche sceneggiatore, a cui piacquero un paio di miei soggetti, ma alla fine non andai mai fino in fondo. È arrivato poi il periodo del cinema per cui ho scritto sceneggiature di cortometraggi che ho realizzato e un paio di sceneggiature per lunghi che non ho mai veramente finito. L’idea per Che fine ha fatto Matteo Savona? sapevo che aveva del potenziale e così, malgrado una scrittura lenta che si è dilungata per oltre sei anni, sono arrivato alla fine, soddisfatto. E infine è arrivato il momento per sottoporla agli editori…
Ringraziamo Gianluca Morozzi per la sua intervista. Buona lettura con Che fine ha fatto Matteo Savona? (link)