05 Lug Qui non siamo al liceo classico
L’estate di BookTribu è appena iniziata, e siamo felici di presentarvi il nuovo titolo BLACK-OUT, collana curata dallo scrittore Gianluca Morozzi, che ci fa conoscere una nuova autrice, Cinzia Dezi, e il suo Qui non siamo al liceo classico (link), un romanzo che vi divertirà e appassionerà al tempo stesso.
Gianluca Morozzi ha intervistato per noi Cinzia.
Chi è Aurelia Alessandrini e cos’è per lei l’insegnamento?
Aurelia Alessandrini come tipo umano è una Buster Keaton al femminile, inadatta alla vita e in lotta costante con il mondo degli oggetti che finisce sempre per rivolgersi contro di lei; come prof è una tipa ansiosa, per la quale l’insegnamento non può dirsi vocazione, dato che prima di dedicarsi a questa professione ha fatto molto altro, ma, poiché ogni cosa che si mette a fare diventa per lei questione capitale, anche l’insegnamento viene vissuto nello stesso modo, con la tensione spasmodica al meglio, per servire nel miglior modo possibile quegli adorabili tiranni che sono gli studenti.
Qual è la scintilla che ti ha spinta a scrivere questo romanzo?
Quello che mi ha spinto a scrivere questo romanzo coincide con ciò che mi spinge a scrivere in generale. “Scrivo per capire quello che penso”, diceva Luigi Malerba e lo stesso anch’io. Scrivo, inoltre, per non dimenticare, per fissare sulla pagina la vita nel suo scorrere, dandole una forma precisa. Se la vita non arriva sulla pagina, è come se non fosse neanche stata vissuta (devo aver letto qualcosa del genere in uno dei romanzi di Annie Ernaux e condivido in toto).
Qual è il tuo percorso di scrittrice? Scrivevi racconti e poesie sul Moleskine come tutti noi?
Ho sempre amato leggere e scrivere (parto dalla lettura, perché, come si sa, è impossibile mettersi a scrivere senza essere dei lettori a dir poco voraci). Mi sono, però, concentrata davvero sulla scrittura solo quando ho abbandonato la carriera di attrice teatrale che ho percorso dal 1998 al 2009. Sono stata tre anni a Parigi, dal 2009 al 2012, e poi, al mio ritorno in Italia, ho sentito la necessità di ridare voce alla mia parte artistica, che languiva da quando avevo smesso di fare teatro. Così ho iniziato a frequentare laboratori di scrittura, prima con Paolo Nori, poi nel 2015 ho fatto un anno a Bottega Finzioni, la scuola di scrittura fondata da Carlo Lucarelli, e attualmente sto seguendo dei corsi con Rossana Campo, perché ancora sento che la mia formazione in quest’ambito non è del tutto compiuta e perché trovo i seminari una palestra stimolante di letture e scritture.
Pensi che ci siano falsi miti e idee sbagliate sulla scuola di oggi?
Tra i falsi miti che campeggiano nelle menti dei più c’è di sicuro l’idea che i professori siano una categoria di smidollati nullafacenti. La figura del professore è caduta del tutto in discredito nella società contemporanea (allo stesso modo ha perso di rilievo la figura dell’intellettuale, che viene guardato con sospetto o quantomeno tacciato di essere un inutile parassita). Ma le generalizzazioni sono assurde e false: tra i docenti ci sono persone stimabilissime e che si fanno letteralmente in quattro per i propri studenti, cercando di svolgere il loro lavoro al meglio, e ci sono quelli che approfittano del posto fisso per fare il meno possibile. Questo non avviene forse in qualsiasi professione? Il lavoro può essere identico, ma tutto dipende da come ciascuno lo svolge. Le lezioni non si improvvisano, si preparano, e l’approfondimento e l’aggiornamento possono essere potenzialmente infiniti.
Falsi miti, poi, colpiscono anche gli studenti. Nella vulgata, di solito i giovani sono letti secondo due categorie contrapposte: gli sdraiati alla Michele Serra (e, in questo caso, i giovani sarebbero persone senza interessi, immerse nel loro cellulare), oppure si pensa siano quelli che salveranno il mondo (vedi Elsa Morante e il suo Mondo salvato dai ragazzini o Greta Thunberg, incarnazione di una nuova figura di redentrice dell’umanità). Eppure non è possibile avere una visione così manichea: i giovani non possono essere ridotti a queste due categorie. Non sono né una cosa né l’altra, sono individui e come tali tutti diversi, ognuno con le sue caratteristiche peculiari: c’è il paladino dei diritti, lo sdraiato, l’ecologista, lo studioso, il fannullone, il santo potenziale e l’assassino potenziale. L’unica cosa, a mio avviso, che si potrebbe dire per individuarli come categoria generale è la loro inconsapevolezza (non direi innocenza, che è un tratto peculiare dei bambini e che gli adolescenti vanno già perdendo), ma l’inconsapevolezza quella sì, e li rende in qualche modo scusabili, perché ancora non si rendono davvero conto di ciò che fanno; la scuola li aiuta a prendere coscienza di questo, ma non può far tutto da sola, serve l’aiuto dei genitori (spesso purtroppo, troppo occupati a difenderli, piuttosto che a cercare di renderli autonomi) e sono molto importanti anche i gruppi di pari che frequentano. La scuola resta, però, una palestra, piena di storture, di antichità da svecchiare (specie nei metodi, negli ambienti e nei percorsi didattici), ma resta una tappa fondamentale nella vita degli individui, per il loro sviluppo, della cui importanza, forse, in molti si accorgeranno solo dopo esserne usciti.
Ringraziamo Gianluca per la sua intervista.
Buona lettura con Qui non siamo al liceo classico (link)!