Edelweiss Hotel

Edelweiss Hotel

La nuova uscita della collana BLACK-OUT Edelweiss Hotel (link) va a toccare le corde dell’horror, con una doppia ambientazione temporale che a molti ricorderà il Valerio Evangelisti della serie di Eymerich l’Inquisitore.

Facciamoci raccontare dall’autore, Mattia Cuelli, in quali territori si entra varcando l’ingresso dell’Edelweiss Hotel. Lo ha intervistato per noi Gianluca Morozzi, curatore della collana.

Come insegnano Pupi Avati e La casa dalle finestre che ridono, non occorre andare in luoghi remoti per far paura: ci sono situazioni terrificanti anche vicino a casa. Quanto può far paura la val Camonica?

La paura non ha confini geografici, per dirla tutta la paura non ha confini. Se ci pensiamo, essendo un sentimento, la paura si genera, cresce e si radica all’interno di ogni individuo, indipendentemente da dove ci si trova.
Certo, taluni luoghi possono generare una percezione diversa della paura, alcuni luoghi fanno quasi da catalizzatore per questo sentimento, ma dipende sempre dal fruitore finale. Cerco di spiegarmi; se un individuo si trova a disagio alla presenza di un pagliaccio (io, tanto per dirne uno) probabilmente troverà più disturbante una storia a tratti dark ambientata nel festoso mondo del circo, trovando magari banale un racconto di fantasmi che si svolge in un antico maniero scozzese a fine ‘800.
La paura si genera in base alle percezioni di chi vive la storia, l’ambientazione è quasi secondaria, fine soltanto agli obbiettivi e alle necessità narrative di chi la storia la costruisce, ma non è il motore che genera le sensazioni di chi ama questo genere di narrativa. Per concludere, la Valle Camonica con il suo carico di misticismo, spaventa, spaventa molto, soprattutto nel 1500.

Ovviamente il primo riferimento che viene in mente è il pluricitato Lovecraft, ma anche lo Stephen King del sottovalutato Revival, concordi?

Appieno, soprattutto per quel che riguarda King, anche se è stato Lovecraft, letto ancora ai tempi del liceo, che mi ha ispirato per la stesura di questa storia.
Trovo che Il Solitario di Providence possa essere considerato il padre dell’Horror, visto che ha spaziato nella sua produzione in uno spettro della paura molto più ampio e originale rispetto ai suoi predecessori, che non hanno fatto altro che modellare credenze folcloristiche e adattarle ai loro scopi; la figura del vampiro, ad esempio, affonda le radici nel folklore delle genti dell’est Europa, nessuno ha inventato nulla, H.P. invece, ha creato un pantheon di divinità provenienti da altri universi e creature d’incubo che non hanno nessuna controparte in nessuna cultura nota, forse per questo motivo, per questa originalità, si è creata la diatriba infinita riguardo l’esistenza o meno dell’Al-Azif, protolibro e escamotage narrativo usato talmente bene nella sua produzione da aver generato un vero e proprio dibattito sulla sua esistenza.
Tornando a King, sì, Revival è il suo libro più sottovalutato e meno capito; io lo considero un libro geniale, a tre velocità.
Molto lento nella prima parte, che dura fino a metà, circa, nella quale si racconta la storia del protagonista che si intreccia a più riprese con quella del reverendo Jacobs, e ti chiedi più volte: ma a cosa serve tutto sto pippone?
A metà accelera, e i meccanismi narrativi iniziano a essere comprensibili, ma a questo punto la domanda che ti fai è: dove vuole andare a parare?
E poi arrivi alla terza parte, e qui King mette letteralmente la freccia e fa ciao ciao dal finestrino, e solo allora comprendi il testo in tutta la sua globalità, una storia bellissima che si fonda sull’opera narrativa di, indovina un po’, H.P. Lovecraft, e chi non conosce il lavoro di quest’ultimo non può godere fino in fondo di quello di King, dunque, sì, REVIVAL è uno dei migliori scritti del RE, e di sicuro il meno compreso.

E a proposito di Stephen King: l’Edelweiss Hotel è l’Overlook del bresciano?
Mi fa sorridere un’affermazione del genere, perché se mi poni questa domanda è perché tu per primo hai colto possibili analogie, e la cosa mi gasa, ma ahimè, no.
La storia si svolge in un albergo, come si può evincere facilmente dal titolo, ma le analogie con l’hotel più famoso della letteratura finiscono qui.
L’idea era un’altra; come mi ha fatto notare uno scrittore di gran lunga più in gamba di me, “Casa” è il posto in cui ci si sente al sicuro, dove nessuno può venire a farti del male, e l’albergo non è altro che un surrogato della casa. Va da sé che quando determinate cose ti succedono all’interno delle mura domestiche, l’impatto sulla psiche è maggiore, e l’idea che deve insinuarsi nella mente del lettore è che non c’è posto, nel mio universo di caos e follia, in cui tu, protagonista, possa essere al sicuro dal male.

Ti conoscevamo come autore più legato ad altri generi… è la tua prima incursione nell’horror? Sarà l’ultima?
In realtà io ho cominciato con l’horror; il mio primo romanzo “A Simpathy For The Devil” era un horror, con tutti i difetti di un’opera d’esordio, e all’inizio del mio percorso di scrittura.
Questo genere narrativo è quello che mi ha fatto innamorare della lettura in primis e della scrittura in seguito.
Ad ogni modo, sono convinto che il genere narrativo esista soltanto nei lettori, o meglio, esistono gusti di lettura e libri che ricalcano più o meno bene questi gusti, ma nella testa di uno scrittore, la distinzione tra i generi non è altro che un’etichetta per mettere assieme le idee.
“Cosa diavolo stai dicendo, Mattia?” ti starai chiedendo, e menti se affermi il contrario (eh eh!).
Il concetto, è che un libro, uno bello deve suscitare delle emozioni, che genere di emozioni lo decide chi scrive, ma i meccanismi, la tecnica per toccare le corde del cuore e del cervello, sono i medesimi.
È come suonare una chitarra: non importa il giro che vuoi usare, l’importante è saper suonare, poi, a seconda delle corde che pizzichi esce la musica che cerchi.

Ringraziamo Gianluca Morozzi per l’intervista. Buona lettura con Edelweiss Hotel (link)!



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