27 Giu ORFANI D’INCHIOSTRO
Prima dell’arrivo delle vacanze estive, ci salutiamo con l’ultimo titolo della Collana BLACK-OUT curata dallo scrittore Gianluca Morozzi che ci presenta un nuovo autore cresciuto nei suoi corsi di scrittura creativa.
Si tratta di Simone Orlandi che pubblica con noi Orfani d’inchiostro.
La sua biografia, presente nella scheda del titolo (link), vi racconterà qualcosa di lui e dei suoi primi successi letterari, ma per approfondire meglio la sua conoscenza, Gianluca Morozzi lo ha intervistato per noi.
Come ti è venuta l’idea di rinverdire la tradizione del romanzo a cornice (tradizione che ha esempi illustri come Il decameron, o più recenti come Cavie di Palahniuk)
L’idea è nata durante il corso di scrittura creativa Morozzi/De Marco sul romanzo, per l’Associazione Canto 31.
Quando, tra le varie forme di romanzo, si è parlato proprio di quello a cornice, subito mi è scattato qualcosa in testa.
Inserire storie all’interno di altre storie lo trovo accattivante e geniale, perché ti permette di esplorare universi diversi nel corso di un filone principale.
Da diverso tempo avevo un’idea per un racconto di ampio respiro (e volevo che diventasse un romanzo), già chiari personaggi e ambientazione, mi mancava la scintilla per far decollare il tutto.
Gli esempi illustri nella domanda e la costruzione della cornice hanno fatto il resto.
La distopia è un genere sempre attuale, ma tu sembri legato anche alla fantascienza più classica, giusto?
Sono soprattutto legato alla fantascienza classica, e questo grazie a una passione che mi ha trasmesso mio padre.
Un po’ lo si capisce anche leggendo il romanzo.
Fin da ragazzino ho divorato le storie di Arthur Clarke, Clifford Simak, Isaac Asimov, Philip Dick, Ray Bradbury, Robert Silverberg e tanti altri: i loro mondi mi hanno insegnato a viaggiare con la mente dove col fisico non posso arrivare.
La fantascienza letteraria è spesso messa ai margini, ed è un errore, a mio parere.
C’è anche chi non la considera nemmeno letteratura, ma è un genere maturo e profondamente attuale. Ancora oggi non ne posso fare a meno nelle mie letture e nelle cose che scrivo.
La distopia è un filone più recente del macro genere, ho pensato che fosse perfetta per ambientare il mio romanzo.
Le storie che vengono raccontate dai vari personaggi sono state scritte per l’occasione o le avevi nel cassetto?
Sono molto sincero, i racconti inseriti nel romanzo erano tutti nel cassetto.
La cosa incredibile è che erano tutti racconti che, per genere, calzavano a pennello ai personaggi che avevo in testa come protagonisti del romanzo.
La sfida più grande è stata quella di costruire la cornice e presentare al lettore i personaggi, col loro vissuto, il passato costellato di avvenimenti drammatici e il dolore accumulato negli anni.
Mi sono poi divertito a far presentare i racconti ai personaggi, in un prossimo futuro, e ho trovato interessante che ciascuno narrasse delle cose in qualche modo legate al proprio vissuto.
Quindi i racconti non sono messi a caso, come dicevo calzano a pennello ai personaggi che li narrano.
Ho giocato anche su un altro aspetto, quello di vedere come parole scritte nel passato possano essere lette e analizzate in un futuro completamente diverso, con prospettive del tutto rovesciate dalla presenza di una dittatura.
Che, non a caso, ha messo al bando la letteratura.
Ti trovi meglio con la forma romanzo o con la dimensione del racconto?
Sono due realtà completamente diverse.
Il racconto deve essere perfetto ed efficace, non fa sconti.
Hai poco tempo e spazio per renderlo accattivante, quindi devi riuscire a catturare il lettore senza tanti strumenti.
Nel romanzo ti puoi giocare le tue carte con più spazio; però il romanzo richiede pazienza, abnegazione e tempo.
Ovviamente non sono uno scrittore a tempo pieno e quindi iniziare un progetto di romanzo significa investire tempo ed energie.
Un piccolo aneddoto: questo romanzo, almeno la prima stesura, è venuto alla luce in una settimana, a novembre 2020.
Ero in ferie in pieno lockdown e, scrivendo per quattro o cinque ore tutti i giorni, è nato.
Poi i racconti, come dicevo, erano nel cassetto, quindi il lavoro successivo è stato quello di costruire la cornice.
Per rispondere nello specifico alla domanda, dico che preferisco scrivere racconti, perché, quando ti nasce un’idea in testa, è bellissimo portarla a compimento su carta nel giro di due o tre ore.
Il romanzo è il relativo esame di maturità dopo che le interrogazioni e i compiti in classe sono andati bene.
Faccio un piccolo spoiler: dopo questo primo romanzo, sono già al lavoro sul secondo, perché, nonostante il grande amore per i racconti, ritengo che il romanzo sia il vero salto di qualità per un aspirante scrittore.
Vi raccomandiamo questa intrigante lettura (link) sotto l’ombrellone: Orfani d’inchiostro vi accompagnerà fedelmente in un altro bel capitolo della letteratura italiana.
Buona lettura!