L’Onda e l’Oceano

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L’Onda e l’Oceano

L’Onda e l’Oceano (link) di Dario Ciraci — il gatto di Schrödinger che ci chiede chi siamo

Un esperimento mentale, un gatto in una scatola, una domanda che continua a graffiare la ragione: cos’è reale quando la realtà stessa sembra dipendere da chi la guarda? L’Onda e l’Oceano prende le mosse proprio da questa “bomba filosofica” — il paradosso di Schrödinger — e si allarga fino a coinvolgere fisica quantistica, neuroscienze, filosofia della mente e pratiche contemplative. Il risultato non è un trattato specialistico, ma un invito diretto: interrogare la natura della propria esperienza, qui e ora.

Dario Ciraci conduce il lettore lungo un percorso che sposta il problema dal laboratorio al soggetto: e se l’osservatore non fosse un’istanza neutra, ma un attore che contribuisce a far emergere una configurazione di realtà? Se la misura può cambiare il mondo, forse le nostre attenzioni, le nostre paure e le nostre scelte acquistano un peso diverso da quello che immaginiamo — non solo sul piano morale, ma su quello dell’esperienza stessa. È una possibilità che mette in discussione abitudini consolidate: ciò che si osserva potrebbe non essere così distante da chi osserva, e questo potrebbe implicare una responsabilità nuova nel modo in cui viviamo e sentiamo.

“Sei un’onda che ha dimenticato di essere oceano?”

Il libro alterna chiarezza divulgativa e riflessione intima: spiega fenomeni come l’entanglement e il collasso della funzione d’onda, ma riporta immediatamente il lettore alla domanda essenziale — «Chi sta osservando?» — suggerendo di trasformarla in uno strumento di indagine personale. Non per offrire risposte definitive, ma per mostrare che prendere sul serio queste domande può cambiare la vita quotidiana e la qualità delle nostre scelte.

Ciraci non cade nella retorica della nuova spiritualità né in semplici slogan scientifici. La sua prospettiva nasce dall’incontro tra formazione analitica e pratiche contemplative: dati, pattern e meditazione si guardano negli occhi e suggeriscono che il problema della coscienza potrebbe essere al contempo empirico e immediatamente esperienziale. Il cuore del libro è l’idea di “meta-ignoranza”: non sapere tutto non è un limite, ma lo spazio stesso in cui emerge la libertà di scelta. Il libro invita a una pratica semplice ma radicale: osservare con attenzione, abitare consapevolmente la propria ignoranza produttiva e scoprire la libertà dentro lo spazio dell’imprevedibile.

L’Onda e l’Oceano è rivolto a chi vuole capire senza essere schiacciato dalla complessità, a chi non si accontenta di etichette e vuole mettere la propria esperienza al centro della domanda. Un testo che fa da ponte tra scienza e vita interiore — e che invita il lettore a smettere di delegare le grandi domande a un futuro tecnico: esplorarle ora è possibile, e necessario.

Fausto Piccinini, curatore della Collana Voci in coro, e curatore dell’opera, ha intervistato per noi l’autore.

Buongiorno Dario e complimenti per questa tua opera.

Iniziamo dal gatto di Schrödinger che per te non è un gioco intellettuale, ma una “bomba filosofica”. Se dovessimo prendere sul serio l’idea che la realtà collassa solo quando osservata, come cambia concretamente il nostro modo di percepire la responsabilità verso il mondo che ci circonda?

Il collasso della funzione d’onda non è una metafora, è un fatto sperimentale: la realtà non è ‘già tutta lì’ in attesa di essere scoperta, l’osservazione ha un ruolo generativo. Questo trasforma la responsabilità da morale a ontologica: dove mettiamo la nostra attenzione, cosa scegliamo di osservare, partecipa a far emergere quale configurazione della realtà si manifesta.

E questo ha conseguenze concrete. Ogni nostra scelta quotidiana – come parliamo alle persone, se alimentiamo la paura o la compassione, se scegliamo la divisione o la connessione – agisce come cassa di risonanza e contribuisce a far emergere una configurazione del mondo piuttosto che un’altra.

Non è pensiero magico. È l’implicazione radicale della fisica quantistica: non esistiamo separati dalla realtà che osserviamo. E questo significa che la domanda non è più ‘cosa posso fare io di fronte a tutto questo?’, ma ‘quale realtà sto contribuendo a far collassare con la mia presenza, le mie scelte, la mia attenzione?

Tu proponi una formula affascinante: il libero arbitrio è proporzionale all’ignoranza consapevole. In un’epoca ossessionata dai Big Data e dalla pretesa di prevedere ogni comportamento umano, la tua visione è un atto di ribellione. Puoi spiegarci perché un “essere onnisciente” sarebbe meno libero di un essere umano incompleto?

Un essere onnisciente sarebbe una calcolatrice perfetta, non un essere libero. Saprebbe esattamente quale scelta ‘migliore’ fare in ogni momento, e quindi non sceglierebbe affatto, seguirebbe l’unica via possibile. La libertà nasce precisamente da quella zona grigia dove non sappiamo tutto, dove dobbiamo affidarci all’intuizione, al rischio, al salto nel vuoto.

I Big Data promettono di eliminare questa incertezza, e in un certo senso ci riusciranno: saranno sempre più precisi nel prevedere comportamenti su larga scala, pattern, tendenze di massa. Ma qui sta il punto: noi non siamo “tutti”, noi siamo “io”. Quelle previsioni operano su un piano diverso – il piano statistico – che non coincide con la nostra esperienza singolare.

Potranno dire che tu hai una probabilità “x” di comportarti in quel modo, ma questo non cattura totalmente ciò che sei tu, perché l’essere umano preso singolarmente non è un calcolo, è un continuo divenire dove le variabili cambiano istante per istante, e queste variabili hanno a che fare con la consapevolezza, con la nostra meta-ignoranza che si trasforma continuamente.

Ogni volta che diventiamo consapevoli di un pattern, ogni volta che riconosciamo un nostro automatismo, quella stessa consapevolezza ci libera dal determinismo di quel pattern. I Big Data possono fotografare chi siamo stati, ma non chi stiamo diventando nel momento stesso in cui prendiamo coscienza di noi stessi.

Nel libro evidenzi una convergenza straordinaria tra la fisica quantistica moderna e le antiche tradizioni mistiche. Pensi che stiamo arrivando a un punto in cui la scienza dovrà necessariamente integrare la soggettività per poter progredire, o rimarranno sempre due vie parallele?

Stiamo già assistendo a questo incontro, anche se ai margini della ricerca accademica. Alcuni lavori citati nel libro (Van Lommel, Radin) sulla coscienza e fisica quantistica, mostrano che alcuni ricercatori hanno già varcato quella soglia. La domanda non è ‘se’ il mainstream seguirà, ma ‘quando’. Personalmente credo che la coscienza rappresenti il nodo cruciale: finché la trattiamo solo come un sintomo collaterale della materia, rimarremo in un vicolo cieco. Integrare la soggettività non significa abbandonare il rigore, ma riconoscere che l’esperienza in prima persona è un dato irriducibile dell’universo quanto la carica di un elettrone.

Ci metti in guardia dal “complesso del salvatore” e dall’ego spirituale che colpisce chi crede di essersi risvegliato. Come può un ricercatore distinguere tra il genuino impulso di condividere una verità e il sottile desiderio dell’ego di sentirsi speciale o superiore agli altri “dormienti”?

La via del predicatore che ho scelto porta con sé proprio questo rischio, e ne sono consapevole. L’ego spirituale è forse più insidioso dell’ego ordinario perché si maschera da umiltà. Come distinguere? Osservando la reazione emotiva: se mi sento irritato da chi ‘non capisce’, se provo superiorità verso i ‘dormienti’, se mi attacco alle mie intuizioni come verità assolute, quello non è risveglio, è l’ego che si è comprato un vestito nuovo. Il vero indizio di autenticità è la leggerezza: quando condivido è perché sgorga naturalmente, non perché ho bisogno di convincere qualcuno della mia illuminazione.

Ma questo non è sempre possibile. Non saremo mai esseri completamente illuminati. Siamo come un pendolo che continuamente oscilla tra la luce e il buio, e questo va bene, è nella nostra natura. Il fattore che cambia le cose è sempre la consapevolezza: più interiorizziamo questa realtà, meno frequentemente scivoleremo nell’ego spirituale. Consapevoli però che potrebbe comunque succedere, perché è questo che siamo.

Quindi questa deve essere una via da percorrere, non il fine ultimo. E se ne sei consapevole, automaticamente vivi con più leggerezza, meno pressione. Il paradosso è che accettare di non essere mai “arrivati” è proprio ciò che ci libera dall’ego spirituale.

Dario, un’ultima domanda, parli di una massa critica necessaria per un risveglio collettivo. Se la separazione tra gli esseri umani è solo un’illusione prospettica, in che modo il risveglio individuale di un singolo lettore influenza, a livello quantistico o sottile, il resto della società?

Se siamo davvero onde dello stesso oceano, allora la domanda non è ‘se’ il risveglio di uno influenza gli altri, ma ‘come’. La fisica quantistica ci mostra che la non-località è reale: particelle separate nello spazio rimangono connesse. Perché la coscienza dovrebbe essere diversa? Quando qualcuno si risveglia alla propria natura di oceano, non sta solo cambiando la propria onda – sta modificando il campo stesso. È come quando un diapason vibra e ne fa risuonare altri: non c’è un contatto diretto, ma c’è una trasmissione che si propaga. Ecco perché credo nella massa critica: non perché dobbiamo ‘convertire’ tutti, ma perché a un certo punto la risonanza diventa inevitabile.

Ringraziamo Fausto Piccinini per la sua intervista.

Buona lettura con L’Onda e l’Oceano (link)!



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