COCO Il pappagallino che non sapeva cantare

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COCO Il pappagallino che non sapeva cantare

Coco, il pappagallino che non sapeva cantare (link) di Solidea Valente

C’è un tipo di viaggio che non misura la distanza ma la voce che si scopre nel percorrerlo. COCO — Il pappagallino che non sapeva cantare è proprio questo: una fiaba che prende per mano il lettore e lo conduce tra boschi misteriosi, laghi che riflettono paure e cieli che promettono libertà, trasformando ogni tappa in una prova e ogni incontro in un frammento di verità.

Il protagonista alato, Coco, e il suo fedele amico Titty non compiono soltanto un itinerario geografico: attraversano la fragilità e la forza che abitano in ciascuno di noi, imparando che per ritrovare la propria voce — anche quando è solo un fischio — occorre prima perdersi. Solidea Valente costruisce una narrazione lieve e profonda insieme, rivolta ai bambini ma capace di parlare anche agli adulti che non hanno rinunciato alla capacità di meravigliarsi.

“La bellezza non sta nella perfezione. Sta nell’onestà. Se canti con il cuore, anche un fischio può diventare una melodia.”

Dalla dolorosa esperienza personale all’origine del racconto — il pappagallino smarrito e poi ritrovato nel cielo di Bellagio — nasce una fiaba che non consola con soluzioni facili, ma accompagna con delicatezza e verità. Nelle pagine si alternano momenti di suspense, cadute e rinascite: la suspense non è mero artificio narrativo, ma il motore emotivo che tiene il lettore accanto a Coco fino alla rivelazione finale, quella che trasforma l’esito atteso in qualcosa di più profondo.

“Questa fiaba nasce dal desiderio di mostrare che la diversità non è un limite, ma un dono prezioso… Ogni voce, anche la più insolita, porta con sé un messaggio di autenticità e bellezza.” — Solidea Valente

COCO è un invito a guardare, sentire e amare in modo nuovo: una storia di speranza, cura e fiducia silenziosa fra specie diverse che ricorda come la trasformazione nasca spesso nelle piccole attenzioni quotidiane. Un libro per essere letto ad alta voce, regalato, riletto — e, soprattutto, ascoltato.

Da dove nasce l’idea di Coco e del suo viaggio?

L’idea di Coco nasce da un episodio reale che mi ha toccato profondamente. Nel mese di giugno, il mio pappagallino si è smarrito nel cielo di Bellagio, lasciando dietro di sé un vuoto improvviso e doloroso. Ricordo l’ansia di quei giorni, lo sguardo rivolto verso l’alto, la sensazione di non sapere se sarebbe tornato. Quando finalmente è stato ritrovato, ho provato una gioia immensa, ma insieme è rimasta dentro di me la consapevolezza di quanto ci si possa sentire incompleti quando qualcosa di prezioso manca.

Da quell’esperienza è nato il desiderio di trasformare la vicenda in una fiaba: Coco non è solo un pappagallino che non riesce a cantare, ma diventa il simbolo di tutti noi quando ci sentiamo imperfetti, fragili, incapaci di rispondere alle aspettative. Il suo viaggio non è soltanto un percorso tra paesaggi e avventure, ma un cammino interiore fatto di cadute e rinascite, di paure e di scoperte.

Ho voluto raccontare la fatica del distacco da ciò che è noto, il dolore della solitudine, ma anche la meraviglia di aprirsi a un cielo infinito. In Coco c’è la ricerca di una voce che non è soltanto suono, ma fiducia, ascolto e apertura al mondo. È un invito a riconoscere che la nostra “incompletezza” può diventare il punto di partenza per un viaggio di trasformazione, dove impariamo a guardare e ad amare in modo nuovo.

La fiaba alterna cadute e rinascite. Perché questa oscillazione è così importante?

Perché la crescita, nella vita reale, non è mai un percorso lineare. Non esiste un cammino fatto solo di conquiste: ci sono inevitabilmente momenti di smarrimento, di paura, di fatica, in cui sembra impossibile andare avanti. Eppure proprio da quelle cadute nasce la possibilità di rinascere, di scoprire risorse interiori che non sapevamo di avere.

Ho voluto che Coco incarnasse questa verità universale: non si diventa forti evitando gli ostacoli, ma imparando a rialzarsi dopo ogni caduta. È nel gesto di rialzarsi che si costruisce la resilienza, che si impara a fidarsi del vento e a guardare il cielo con occhi nuovi.

Per i bambini, questo significa comprendere che l’errore o la fragilità non sono una condanna, ma un passaggio necessario per crescere. Per gli adulti, è un invito a ricordare che la vita ci mette continuamente alla prova e che ogni caduta può trasformarsi in un’occasione di rinascita.

La fiaba vuole trasmettere proprio questo: la bellezza dell’oscillazione tra caduta e rinascita, perché è lì che si trova la vera forza. Non nel cammino perfetto, ma nel coraggio di rialzarsi e continuare a volare, anche quando le ali sembrano spezzate.

C’è suspense nella storia: non sappiamo se Coco imparerà a cantare. Perché hai scelto di lasciare questo dubbio?

Volevo che il lettore sentisse questa tensione, che percepisse il rischio di non farcela, perché è proprio lì che nasce la suspense autentica: nel non sapere quale sarà l’esito, nel vivere l’attesa e la paura insieme alla speranza.

In Coco, questo dubbio diventa il cuore pulsante della fiaba. Non è garantito che imparerà a cantare, e proprio questa incertezza lo rende vicino a noi, perché tutti abbiamo conosciuto il timore di non riuscire. Il lettore è chiamato a restare vigile, a seguire Coco nel suo cammino, e a condividere con lui la fatica e la meraviglia di un viaggio che non promette soluzioni immediate.

Ma alla fine, l’enigma si svela. Non nel modo che ci si aspetta, bensì come una rivelazione più profonda. È in quel momento che il lettore comprende che la vera conquista non è arrivare esattamente dove pensavamo, ma scoprire chi siamo diventati lungo la strada.

La suspense, dunque, non è un artificio narrativo, ma un invito a vivere il viaggio con Coco, a sentire il peso del dubbio e la gioia della scoperta. Perché solo attraversando l’incertezza possiamo riconoscere la forza della trasformazione e la bellezza di una voce che nasce dall’anima.

Se dovesse riassumere il messaggio della fiaba in una frase, quale sarebbe?

“Ogni viaggio autentico ci cambia per sempre: non si torna mai uguali a prima, perché lungo il cammino impariamo a guardare con occhi diversi, a sentire con maggiore profondità e ad amare con una nuova apertura.”

Coco ci ricorda che la trasformazione non avviene solo quando raggiungiamo una meta. È nel confronto con la paura, nella fatica del distacco e nella meraviglia della scoperta che si costruisce la nostra voce interiore. La fiaba vuole trasmettere che la vera ricchezza non sta nell’arrivare “perfetti” o “completi”, ma nell’avere il coraggio di attraversare il viaggio e lasciarsi trasformare da esso.

In fondo, il messaggio è un invito a riconoscere che la nostra fragilità è la porta attraverso cui passa la forza più autentica.

Perché leggere Coco?

Leggere Coco significa entrare in un universo dove l’affetto nasce nei luoghi più inattesi: tra un essere umano e un piccolo pennuto che, con la sua fragilità e la sua forza, diventa compagno di vita. È una storia che mostra come i legami più autentici si costruiscano nei dettagli quotidiani — un gesto di cura, un silenzio condiviso, uno sguardo che diventa ascolto.

Coco è la prova che l’amore non conosce confini di specie, che ogni creatura porta con sé una voce irripetibile capace di insegnarci qualcosa di essenziale: vivere con più consapevolezza, con più dolcezza, con più apertura verso il mondo.

Ma leggere Coco non è solo seguire le avventure di un pappagallino: è lasciarsi trasportare in un viaggio di speranza e relazione. È un invito a guardare oltre l’apparenza, a scoprire che la vera ricchezza sta nella fiducia reciproca e nella capacità di dare spazio al cuore.

In fondo, Coco ci ricorda che le fiabe non sono soltanto racconti per bambini: sono specchi che riflettono le emozioni più profonde della nostra vita, e ci insegnano che ogni incontro può diventare un’occasione di rinascita.

Buona lettura con Coco, il pappagallino che non sapeva cantare (link)



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