01 Dic Daintree – Dove la foresta pluviale incontra la barriera corallina
Daintree – Dove la foresta pluviale incontra la barriera corallina (link) di Rosaura Galbiati — là dove la foresta incontra il mare e la meraviglia diventa conoscenza
Ci sono luoghi che non si attraversano soltanto: si vivono, si respirano, si ascoltano. Luoghi che ti costringono a rallentare, a guardare con occhi diversi, a ritrovare una parte di te che avevi dimenticato. Il Daintree australiano, dove la foresta pluviale più antica del mondo sfiora la Grande Barriera corallina, è uno di questi. Ed è qui che Rosaura Galbiati ci accompagna nel suo nuovo libro: un viaggio reale, emotivo e scientifico insieme, attraverso ecosistemi primordiali e creature straordinarie.
È un’esperienza di immersione totale in un ambiente incontaminato, un mondo in cui la vita si manifesta in infinite forme, delicate o temibili, minuscole o imponenti.
L’autrice ci invita a conoscere questi habitat non dall’esterno, ma attraverso un processo di identificazione profonda con gli esseri che li abitano: il casuario che protegge i suoi piccoli dal monsone, l’opossum che vaga nella notte allagata, il granchio delle mangrovie sospeso tra due mondi, l’uccello fucile con la sua danza ostinata. Storie che svelano tanto delle creature quanto di noi stessi.
“Trovarsi in un luogo remoto e incontaminato è una benedizione che comporta alcune incognite… perfino per troppa bellezza.”
Con uno stile che unisce rigore naturalistico e compassione narrativa, Galbiati mostra come la meraviglia possa convivere con il pericolo, la fragilità con la forza, la scienza con l’emozione pura. Il risultato è un racconto che diventa anche un richiamo urgente: davanti ai cambiamenti climatici e all’antropizzazione crescente, proteggere questi ecosistemi non è solo un dovere, ma un atto d’amore e di consapevolezza.
“Volevo invitare alla conoscenza del Daintree… un mondo primevo in cui piante e animali rivelano vite e significati che parlano anche di noi.” — Rosaura Galbiati
Daintree non è soltanto un libro sulla natura: è un viaggio nella percezione, nell’immaginazione, in quella parte animale dell’essere umano che spesso dimentichiamo di ascoltare. Un invito a lasciarsi attraversare dalla bellezza, anche quando fa paura, anche quando mette in discussione tutto.
Eliselle, curatrice della collana RUN e dell’opera, ha intervistato per noi l’autrice.
Il Daintree è un luogo unico al mondo. Quale è stato l’episodio o l’incontro nella foresta che più ti ha segnata durante il viaggio e che ti ha spinta a scrivere questo libro?
La spinta a scrivere è arrivata a distanza di tempo, dall’elaborazione del viaggio, quando l’entusiasmo non scema, ma si sedimenta insieme alla sorpresa suscitata dalla scoperta di mondi nuovi. Contano poi le emozioni che appaiono da subito diversificate nelle varie esperienze sensoriali e che, quando si ripresentano nella rievocazione, sono in grado di riprodursi ancora e ancora.
Nel racconto ho dedicato molto spazio affettivo/emotivo a due eventi: l’esplorazione notturna della foresta sotto una pioggia torrenziale e l’impatto con la Grande Barriera corallina. Oltre che incontro con una stupefacente bellezza naturale è stata la consapevolezza di un cambiamento interiore che mai avrei immaginato; in entrambe le situazioni ero partita carica di apprensione e malumore e sono arrivata alla fine dell’esperienza trasformata da una gioia che, quasi per pudore, faccio fatica a esternare. Nell’esplorazione notturna tutti i disagi e i pericoli legati al buio assoluto e allo scatenamento del monsone non contavano più nulla…
Anche nel caso dell’immersione nella barriera corallina, dopo una corsa sulle onde durante cui tutti soffrivamo il mal di mare, il passaggio dal malessere al godimento è stato eclatante, una sorta di estasi naturale che ha fatto dimenticare il resto, una medicina istantanea e miracolosa. D’altronde è nella Natura l’origine della bellezza e della sua rivelazione, non si può non amarla, anche nei suoi aspetti più scomodi. Il sentimento della bellezza, in fondo, è semplice e universale.
Forse è il sentimento inconscio dell’essere vivi a condurci come un istinto e a influire su comportamenti ed emozioni.
Il Libro intreccia scienza e narrazione. Come riesci a bilanciare il rigore della divulgazione naturalistica con l’emozione del racconto personale?
Bilanciare due aspetti tanto diversi è un’esigenza, non potrei rinunciare a nessuno dei due, piuttosto è importante integrarli. Non è un obbligo, ma una necessità. A questo proposito, mi piace citare una frase della scrittrice Dorothy Parker: “La creatività è una mente selvaggia e un occhio disciplinato”; sia immaginazione che attenta osservazione, quindi. L’ho detto più volte, conoscere razionalmente la Natura nei suoi dettagli non le sottrae bellezza, anzi, il rigore scientifico è un dovere/piacere quando la si apprezza veramente in ogni sua manifestazione.
L’emozione del racconto personale nasce dalla passione e dall’istinto, per me insopprimibile, di identificazione con le creature che abitano il pianeta. C’è qualcosa nella rappresentazione di animali, piante e paesaggi che si accorda con la nostra immaginazione passata e presente, anche se ne ignoriamo il senso profondo e universale. Sono convinta che ci sia una parte animale in ognuno – quella che io chiamo la nostra umana animalità – spesso trascurata o respinta nonostante abbia un certo spessore, io invece la accolgo e cerco di raccontarla il più possibile “dall’interno” in tutta la sua complessità. Il problema sta nel creare un equilibrio tra le parti, una giusta commistione che eviti le dissonanze e i passaggi bruschi che disturbano le coordinate della narrazione: tempo, spazio e ritmo. Spero di esserci riuscita.
La natura come protagonista. Nel tuo testo gli animali e le piante diventano quasi personaggi. Quale di queste presenze senti più vicina e perché?
Io li vivo davvero come personaggi, non faccio fatica a immedesimarmi in un granchio del fango che vive tra i due mondi della foresta di mangrovie e l’oceano aperto, oppure in un uccello fucile ballerino frustrato dalla mancata conquista della compagna, o in un barramundi che migra dalle acque dolci alle salmastre e muta sesso come muta abitudini e dimensioni, e neppure in una pianta parassita, come il fico strangolatore che volta le spalle alla penombra del suolo per spingersi verso l’orizzonte luminoso della volta forestale… Sono davvero presenze, ricche di connotazioni simboliche e di insegnamenti.
La natura ha esercitato un grande fascino su di me fin da quando ero bambina e sento quasi il dovere di restituire qualcosa delle conoscenze apprese leggendo tutto il possibile, inseguendo documentari naturalistici e, sempre, fantasticando sul mondo animale. Cerco poi di usare le parole adeguate che possano coinvolgere il lettore sia affettivamente che emotivamente.
Tra le creature di cui ho parlato, quella che sento più vicina è anche una delle più temibili: il casuario, un uccello preistorico di cui ho voluto temperare il potenziale spaventoso descrivendone la capacità di accudimento, la dedizione ai piccoli e la reazione di fronte alla morte di un pulcino sotto il monsone. Provo un’attrazione fatale anche per gli aspetti più tristi dell’esistenza dove niente è indolore e per le condizioni psichiche connesse, allora l’immedesimazione diventa un bisogno naturale che viene da dentro… Sono convinta che esiste una natura universale delle espressioni: molte di quelle vegetali e animali somigliano a quelle umane e viceversa. La dimensione biologica da sola non basta.
Temi attuali. Il Daintree non è solo bellezza, ma anche fragilità: quali riflessioni sui cambiamenti climatici e sul rapporto uomo-natura emergono dal tuo viaggio?
Sono sensibile al tema dell’impermanenza, tanto importante nel pensiero giapponese, una cultura con cui sono entrata in contatto. È proprio il rendersi conto della fragilità di un ambiente che fa scattare la consapevolezza del suo essere prezioso e incrementa il desiderio di spendersi per la salvaguardia. Sento profondamente il mono no aware, un concetto estetico che esprime l’attenzione contemplativa agli aspetti effimeri della vita, spesso tradotto come “malinconia delle cose”. Per come la percepisco, credo che sia soprattutto coscienza della transitorietà della bellezza e cerco di parlarne dove possibile, a partire dalla sottolineatura delle differenze tra il modo occidentale di rapportarsi alla Natura e quello degli aborigeni, incontrati soprattutto nell’outback australiano. Loro possiedono una differente convinzione, sanno che piante e animali hanno vite sensoriali e processi mentali paralleli ai loro, e altrettanto significativi. La loro conoscenza del mondo naturale si fa subito vicinanza.
Il cambiamento climatico è il principale imputato dello stravolgimento di ecosistemi delicati: la foresta pluviale del Daintree è protetta, ma la Grande Barriera corallina è esposta e sta soffrendo da diversi anni. Non ho visto con i miei occhi il fenomeno dello sbiancamento o la distruttività dei cicloni recenti, ma in questi anni ho continuato a seguire con trepidazione i cambiamenti degli ecosistemi australiani e del mondo intero. La scrittura del libro e il soffermarsi su questi aspetti hanno molto contribuito alla consapevolezza della precarietà del pianeta e spero di riuscire a comunicarlo ai lettori, insieme all’urgenza della tutela.
Dal viaggio esteriore a quello interiore. In che modo scrivere Daintree ha cambiato il tuo modo di guardare al mondo e alla tua stessa scrittura?
È una domanda molto stimolante che viene raramente posta: come la scrittura modifica la pratica di guardare al mondo e allo scrivere stesso. Secondo me cambia molto.
Credo che il viaggio autentico sia sempre anche un percorso all’interno della psiche – qualcuno la chiama anima o spirito oppure coscienza – e c’è un passaggio osmotico tra osservazione, conoscenza e riflessione profonda.
La solitudine del viaggio in un ambiente estraneo, e a volte alieno, è la condizione necessaria per un raccoglimento interiore, dove smette di farsi sentire il frastuono di casa. Quel silenzio dà la possibilità di un ascolto reale di sé e dell’ambiente circostante, anche per questo vale la pena entrare in relazione col mondo naturale in un luogo il più possibile incontaminato e cercare di conoscerlo. E intanto continuare a conoscere sé stessi.
Ma anche la scrittura vuole le stesse condizioni: silenzio, isolamento, ascolto, pensiero creativo e, forse, coscienza di una bontà superiore e assoluta della vita. Ovviamente entra in gioco un processo di trasformazione. Diventa poi naturale guardare in modo diverso anche alla scrittura che è trasformativa in tutti i sensi; a me permette di coltivare di nuovo l’incanto, di riattivare quello “sguardo bambino” sul mondo che non presume di conoscere tutto, ma vuole continuare a imparare e a meravigliarsi.
Questo è il sesto libro pubblicato e non so se la mia scrittura nel frattempo è cambiata, io lo sono certamente. Ma siccome il testo è sempre un rivelatore di quel che abita nella testa, stati d’animo, passioni e paure comprese, la risposta è quasi scontata.
Ringraziamo Eliselle per la sua intervista. Buona lettura con Daintree – Dove la foresta pluviale incontra la barriera corallina (link)!