Le imperfezioni

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Le imperfezioni

Le imperfezioni — quando un portafogli rubato incrina la maschera della normalità

A volte basta un gesto minimo per far crollare un’intera vita.

Un portafogli sottratto in un bar affollato, uno sguardo arrogante, una mano che scivola e porta via non solo denaro, ma identità, dignità, equilibrio. Così inizia LE IMPERFEZIONI (link), il romanzo di Valerio Varesi, che torna in una nuova edizione per riportarci dentro uno dei suoi racconti più lucidi e inquieti sull’animo umano.

Fernando Savani, giornalista di provincia, vive una vita ordinaria, fatta di scadenze redazionali e abitudini rassicuranti. Ma quel furto, così banale da sembrare insignificante, apre una crepa. In quella crepa cominciano a infiltrarsi dubbi, fragilità, domande su chi siamo quando il mondo smette di riconoscerci. Mentre segue il suicidio di un imprenditore appassionato d’arte — figura enigmatica e tormentata — Savani inizia a specchiarsi in quell’uomo morto: due vite diverse, eppure percorse dalla stessa domanda irrisolta.

Varesi costruisce un romanzo che è molto più di un’indagine giornalistica. È una discesa nel labirinto della coscienza, dove ogni “imperfezione” smette di essere difetto e diventa rivelazione. È il ritratto di una società che premia chi recita bene la propria parte, e stritola chi esita, chi trema, chi ancora si chiede dove finisca l’etica e inizi la sopravvivenza.

“Ci sono due tipologie umane… chi frena i propri impulsi per rispetto dell’altro, e chi si lascia guidare solo dai propri bisogni”, scrive Varesi.

Le imperfezioni è il teatro – immaginario, ma non troppo – in cui queste due nature si affrontano.

E tutto parte da un oggetto quotidiano, “familiare come un portafogli”, che cambia padrone e, con esso, cambia destino. Perché non c’è niente di più fragile dell’identità quando qualcuno, con un gesto veloce, ci mostra quanto sia facile sottrarcela.

Eliselle, curatrice dell’opera insieme a Gianluca Morozzi, ci presenta Valerio Varesi con una breve intervista.

Un portafoglio rubato è l’evento scatenante di un intero dramma esistenziale.

Cosa rappresenta, per te, questo “gesto minimo” che diventa detonatore di una crisi di identità?

Si dice che è nei particolari che si nasconde il divino e il diavolo. Nel caso del protagonista del libro, il furto del portafogli e la tracotante sfrontatezza del ladro che, consapevole, gli sta davanti sfidandolo e umiliandolo, è la crepa attraverso la quale gli si mostra la realtà del mondo e la sua condizione. Al pari di un’apparizione miracolosa, in quell’atto si concentra l’essenza dell’umanità. Ne è il compendio. Il fatto in sé potrebbe essere insignificante ma colpisce la sensibilità del protagonista come l’apparentemente innocuo sassolino che impatta sul punto debole del cristallo e lo manda in frantumi.

Fernando Savani è un giornalista disilluso, un uomo che si scopre fragile.

In che misura questo personaggio riflette le incertezze del nostro tempo, e magari anche qualche lato autobiografico?

Credo che stiamo vivendo un’epoca senza speranze né progetti e questo ci rende vulnerabili. C’è relativo benessere, più che nelle generazioni che hanno attraversato le guerre e la miseria, ma quelle avevano qualcosa in cui credere, sia in versione laica che religiosa. Oggi ci troviamo in una condizione in cui rispuntano vecchi spettri del passato perché non progettiamo il futuro in quanto viviamo senza memoria in un eterno presente fatto solo dello strapotere dell’economia. In tutto questo anche la funzione del giornalismo viene meno mancando lo spirito critico e la vivacità delle idee. I giornali di carta muoiono e quelli online, redatti da poche persone, si omologano in quanto specchio dell’unico potere dei gruppi economico-finanziari.

Nel romanzo emerge una tensione costante tra caso e destino, controllo e smarrimento.

La vita è davvero governata dal caso, oppure ogni “imperfezione” rivela qualcosa di inevitabile?

Io credo che il caso, il destino o la Provvidenza, a seconda delle convinzioni, governi gran parte della nostra vita e che ciò che ci accade, il successo, l’insuccesso, gli incontri, gli abbandoni, siano frutto di quella carambola di fatti di cui non siamo completamente padroni. E’ vero quello che diceva Machiavelli, che la fortuna va tenuta per i capelli e battuta, ma non riusciremo a dominarla. Possiamo cercarla, favorirla e lavorare per costruire noi stessi, ma non saremo mai totalmente padroni della nostra vita. Il romanzo stesso ce lo mostra. Il protagonista è certamente una persona sensibile e fragile, ma senza l’episodio del furto forse avrebbe continuato a vivere galleggiando su esili certezze senza aver piena consapevolezza di sé. Quello del caso è un argomento affrontato da grandi libri come “La promessa” di Durrenmatt.

Racconti spesso di persone “comuni” travolte da situazioni moralmente complesse.

Pensi che oggi la letteratura abbia ancora il compito di indagare la coscienza, o rischia di limitarsi al racconto dei fatti?

La letteratura, pur con la sua esile voce, ha il compito di partire dai fatti in quanto, a mio parere, deve occuparsi della nostra vita, ma è suo dovere capirli. E in questa funzione non può prescindere dall’analizzare la coscienza umana e la visione del mondo che da essa irradia. Il giornalismo espone i fatti, lo scrittore deve interpretarli, farli diventare metafora di qualcosa di universale. In altre parole, la letteratura deve contenere un qualcosa di inquietante. Deve mettere in discussione, provocare, imprimere una scossa elettrica alle coscienze.

Il libro è stato pubblicato originariamente nel 2007 e oggi torna in una nuova edizione.

Rileggendolo a distanza di anni, hai scoperto (o riscoperto) qualcosa di diverso nel suo stesso testo? Le “imperfezioni” di allora sono cambiate con il tempo?

Credo di aver toccato un tema umano generale e trasversale al tempo, quello di chi tiene conto del prossimo e vi si rapporta dialetticamente e di chi, al contrario, persegue solo la propria affermazione calpestando gli altri se si frappongono. Volendo rivestire queste due antropologie di politica (tutto ciò che facciamo nella polis è politico), potremmo dire tra un atteggiamento democratico-volterriano e l’atteggiamento dittatoriale. Osservo con sgomento che nel mondo e in Italia in particolare, il secondo sta montando con chiarissimi segnali.

Ringraziamo Eliselle per la sia intervista.

Buona lettura con LE IMPERFEZIONI (link)!



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