30 Set Il bambino che amava Chaplin
Un nuovo e coinvolgente romanzo si unisce alla collana RUN – pagine di viaggio, curata dalla scrittrice Eliselle: Il bambino che amava Chaplin (link) di Gianluca Mercadante.
Una narrazione intima che intreccia cinema e letteratura, capace di emozionare e regalare un sorriso. L’autore racconta un viaggio notevole alla scoperta di sé, guidato dalla figura di uno degli artisti più iconici del Novecento: Charlie Chaplin.
Raccontiamo di più su questo romanzo attraverso l’intervista all’autore, condotta da Eliselle.
Il bambino che amava Chaplin è un romanzo affascinante, di grande valore letterario, che fonde memoria e cinema in una riflessione delicata e profonda sull’identità e il dolore. Un testo raro nel panorama editoriale italiano, che fonde cinema d’autore, letteratura autobiografica, e narrativa sull’elaborazione del lutto e del ricordo. Come nasce questo libro?
Nasce dalla mia volontà di raccontare un viaggio che non sia solo un viaggio con una partenza e una destinazione. Proust diceva che la vera essenza di un viaggio dev’essere tesa all’insegna della scoperta, per tanto ho creato tre linee narrative che ruotano intorno alla mia visita presso la tomba di Charlie Chaplin, la cui opera mi ha accompagnato dagli anni della preadolescenza fino ad oggi. Un viaggio quindi non dentro Chaplin, di cui credo si sia detto tutto e il contrario di tutto, ma anche dentro la vita, nel senso più personale e al contempo più universale possibile. D’altronde sto per tagliare il traguardo dei cinquant’anni e credo sia il momento giusto per mettersi a tavolino e fare certi conti.
Il romanzo è disseminato di “easter egg”, citazioni cinematografiche e letterarie, riflessioni culturali. È stato pensato anche come un modo per “educare” il lettore a un certo sguardo sull’arte?
L’arte è una materia troppo varia per estrinsecarla con un romanzo, ma il romanzo è forse una delle forme d’arte che più si presta al crossover, che da Nanni Balestrini in poi è stato ampiamente praticato in tante, (im)possibili forme. Quella che io propongo ne è senz’altro un esempio, ma miscelare più elementi e cercarvi un equilibrio è un meccanismo che ho sempre cercato di adottare in ogni mio libro.
Hai scelto una forma narrativa molto ibrida, tra memoir, romanzo, saggio e sceneggiatura esistenziale. Quanto è stato premeditato questo approccio e quanto invece è emerso in modo spontaneo durante la scrittura?
Di solito preparo con una certa dovizia di dettagli il piano lavorativo su cui scrivere un romanzo. Devo invece ammettere che in questo caso ho preferito trattare il testo in maniera libera, cercando così di attribuire ai capitoli un ritmo narrativo che richiamasse il ritmo di un viaggio. Che è fatto di suggestioni, di imprevisti, ma anche di pause, di ritorni al passato, di pensieri e di appunti, che convergono in un’unica direzione: l’arrivo. Meta che infine rivela il reale scopo per il quale ci si è mossi.
Nel romanzo il cinema diventa uno strumento per ordinare il caos del mondo. Oggi, in un tempo così accelerato e digitale, pensi che il cinema – quello classico in particolare – possa ancora avere quel potere?
Assolutamente sì. È cambiata la fruizione del cinema, e purtroppo l’affluenza nelle sale, ma non certo il suo fine.
Se potessi davvero parlare con Charlie Chaplin, come fai nel libro, quale sarebbe la prima cosa che gli diresti oggi, dopo aver terminato questo viaggio?
Gli direi un sola parola: grazie.
Buona lettura con Il bambino che amava Chaplin (link)!