Viaggi in punta di penna

Viaggi in punta di penna

Viaggi in punta di penna (link) è la nuova raccolta di racconti che entra a far parte della collana RUN – pagine di viaggio, curata dalla scrittrice Eliselle. L’autrice, Silvia Oppezzo, si muove con abilità tra luoghi reali e sentimenti profondi.

Ripercorrendo i passi quotidiani dell’autrice, il libro ci accompagna in un viaggio attraverso i luoghi della memoria, guidandoci verso una riscoperta di noi stessi.

Eliselle ha intervistato per noi l’autrice.

Silvia, “Viaggi in punta di penna” è un titolo evocativo: qual è stato il primo seme che ha fatto nascere questa raccolta?

Il primo seme è stato l’intenzione di partecipare a questo concorso. L’anno scorso ho vissuto un’esperienza interessante come membro della giuria dei “lettori forti”: dunque mi sono data il buon proposito di partecipare a questa edizione anche come autrice.
Nel mettermi all’opera, sono partita dai materiali che avevo in archivio: racconti, riflessioni, pagine di diario, post condivisi sui social, poesie, accumulati nel tempo. Che cosa potevo individuare come filo conduttore? In filigrana, mi è sembrato che il viaggio potesse essere un tema comune. Viaggio declinato in modi diversi: fisico ed emotivo, vacanza o gita turistica in posti nuovi, ma anche esplorazione dei luoghi familiari; esperienza di crescita, di scoperta di sé e del mondo; viaggi veri o inventati. Il titolo “Viaggi in punta di penna”, però, vuole evocare anche la scrittura come occasione di viaggio, sotto forma di appunti, di introspezione o di volo con la fantasia. Ma la scrittura è essa stessa viaggiatrice, nel momento in cui esce “dai cassetti” e incontra i lettori.

Ogni racconto è un viaggio: fisico, emotivo, o entrambi. C’è uno in particolare che consideri il tuo “porto sicuro”?

E la voglia di viaggi dura tuttora, mi morde, a volte troppo forte, con urgenza.

Ma sempre ritorno qui, in questo piccolo paese immerso tra le vigne, rosse in autunno, sulle colline del Monferrato, con il castello medievale e la Chiesa nella piazza profumata dai tigli e la vista panoramica da cui, talvolta, immagino e sogno di vedere il mare (ma un tempo il mare, qui, c’era davvero!). Perché è qui, è qui e non altrove, il mio punto d’origine, il punto di partenza. È qui, in questo paese dalla vita semplice, che ho messo radici. È questo il posto che chiamo “casa”. Ho concluso così il primo racconto inserito nella raccolta La snow globe delle mie città. Il primo porto sicuro è il mio paese, San Giorgio Monferrato, perché amo i viaggi ma, quando si tratta di abitare, ho bisogno delle mie radici, del mio territorio, della mia comunità, di punti di riferimento stabili.

Il secondo porto sicuro è il mare. Adoro le lunghe nuotate al largo, sentirmi immersa nel suo abbraccio infinito. Il mare è poetico, evocativo, rigenerante. Mi fa stare bene: in lui mi sento serena e sicura. Per questo molti dei miei racconti hanno lui come ambientazione o come protagonista.
Non rinuncerei mai ad una vacanza al mare: sento il bisogno di incontrarlo, almeno nell’estate. L’ideale, per me, sono i viaggi in cui sia possibile conciliare visita a città d’arte, camminate nella natura e balneazione; e ne ho fatti molti con questo stile, prima di diventare mamma. Se questo non è possibile, resta pur sempre il “porto sicuro” di Riva Ligure, il paese di villeggiatura dove ho la casa fin da quando sono nata.

Un terzo “porto sicuro” è la città di Torino, dove ho trascorso una delle fasi più felici della mia vita, quella dell’Università, tra Palazzo Nuovo e il Collegio Einaudi, sezione di via Maria Vittoria. Qui ho accumulato ricordi positivi, esperienze di autonomia e occasioni per mettermi in gioco, relazioni fondamentali e amicizie stabili. A Torino e a quegli anni felici ho dedicato ben due racconti; ogni tanto sento il bisogno di ritornarci e ogni volta respiro un’aria di nostalgia, ma anche di casa.

Il rapporto con tua figlia emerge spesso come motore affettivo e narrativo. Come cambia la scrittura quando si scrive “con gli occhi di madre”? Alcuni testi raccontano esperienze personali molto intime. Hai mai avuto paura di “scoprirti troppo” davanti ai lettori?

Mia figlia Aurora, che cambia età da un racconto all’altro (e questo è un indizio dell’epoca di composizione di ciascuno di essi; ora ha otto anni), ma anche mio figlio Michele (che ha appena compiuto cinque anni). Però è vero, lei è più presente nei racconti: semplicemente perché è arrivata prima.
Per lei, qualche anno fa, ho composto e stampato in proprio (qualche decina di copie, da far circolare tra amici e conoscenti) una raccolta di racconti, intitolata Il mondo di Aurora, in cui lei è al tempo stesso personaggio protagonista, dedicataria e musa ispiratrice.

La mia attività sistematica di scrittura dei racconti inizia da lì, inizia da lei; è come se non esistesse, per me, una scrittura di racconti “senza gli occhi di madre”.
“Scrivere con gli occhi di madre” significa raddoppiare lo sguardo, tornare a guardare le cose di sempre, quelle più semplici, più familiari e scontate, con lo stupore di una bambina che le scopre per la prima volta, si incuriosisce e si entusiasma. Senza però perdere lo sguardo dell’adulta, che quelle cose le conosce e prova a spiegarle, cercando il linguaggio giusto.
L’approccio cambia – devo cambiarlo! – quando la scrittura si rivolge ad un pubblico adulto. La scrittura deve farsi più matura, ed è lo sforzo che sto cercando di fare ora: la spiegazione non serve più, anzi può appesantire; devo sforzarmi di abbandonarla e acquisire uno stile più trasparente, perché siano le scene, i fatti, i personaggi a parlare da sé e arrivare al cuore dei lettori.
Alcuni testi di questa raccolta nascono come post condivisi su Facebook, quindi già pensati per una lettura esterna. Quindi, no, non ho avuto paura di scoprirmi troppo. Anzi, credo che questo sia un rischio da mettere in conto nella scrittura, una naturale conseguenza. Se la scrittura vuole essere dialogo tra autore e lettore, scoprirsi è necessario.

Aggiungerei anche che ogni storia prende forma e viene alla luce quando è abbastanza matura, quando si sente pronta per farsi leggere, per mostrarsi e scoprirsi ad altri, siano essi amici o lettori sconosciuti. L’esempio più significativo in tal senso è il racconto “Milano, città cancellata”, che allude ad un’esperienza buia della mia vita, che non tutti conoscono e che evito in ogni modo di raccontare nelle conversazioni. Questo racconto è stato scritto molti anni più tardi rispetto a quell’esperienza, ma ha preso forma con naturalezza: segno, forse, che ho fatto pace con quella fase critica e con la me stessa di allora.

La memoria è un elemento forte di tutto il libro: secondo te scrivere aiuta a custodire o a lasciar andare i ricordi?

Bella domanda! «Scrivo per non perdere me stessa. E anche un po’ per ritrovarmi» è una frase che ho messo in poesia tempo fa e che uso spesso e volentieri per presentarmi. La scrittura custodisce i ricordi: questo è certo. Però può aiutare anche a lasciarli andare, a guardare oltre. Tutto sta a capire quali ricordi meritano di essere trattenuti e quali hanno bisogno di essere lasciati andare. O meglio, quando è opportuno recuperare i ricordi, rivitalizzarli, e quando invece è pericoloso crogiolarsi nelle nostalgie, quando ricordi e nostalgie sono d’ingombro e di ostacolo per vivere appieno il presente e lanciarsi a braccia aperte nel futuro. La scrittura, non solo quella dei racconti ma anche quella poetica, mi aiuta, insomma, a gestire al meglio questa altalena nel tempo.

Che consiglio daresti a chi sente il bisogno di scrivere ma non ha ancora trovato il coraggio per farlo?

Semplicemente “prova!”
Prova: non hai nulla da perdere.
Prova: vedrai che starai meglio, scrivere è anche un atto liberatorio.
Prova: la creatività è un muscolo che va allenato, non è solo questione di talento o di predisposizione innata; a forza di scrivere, le idee ti verranno più rapidamente e più facilmente, e il tuo stile migliorerà.
Prova, non avere paura di farti leggere e di sentirti giudicato: dai tuoi lettori potrai trovare empatia, apprezzamenti, ma anche critiche costruttive, che ti aiuteranno poco a poco a migliorarti.

Quale messaggio o emozione vorresti che il lettore portasse con sé, una volta chiuso il libro? E per concludere… perché chi legge questa intervista dovrebbe acquistare “Viaggi in punta di penna”?

Mi rivolgo in particolare a chi ama i viaggi, le nuotate, le camminate, le avventure semplici, le esperienze all’aria aperta.
Mi rivolgo in particolare a chi è genitore, a chi ha a che fare con i bambini e a chi ha l’animo semplice dei bambini.
Mi rivolgo a chi ama le cose semplici e genuine.
Mi rivolgo a chi ha un temperamento introspettivo e ha l’apertura di testa e di cuore a confrontarsi con i pensieri e i messaggi degli altri.
A questi lettori non prometto avventure strabilianti, personaggi e storie sopra le righe, ma semplicità, normalità.
A questi lettori auguro la disponibilità, la disposizione d’animo a scoprire (o riscoprire) la Vita e il mondo che ci circonda mettendosi in gioco personalmente: con le proprie gambe, camminando, viaggiando; con i propri occhi, tornando a guardare le cose con lo stupore e la curiosità dei bambini; con le mani, con la testa, con il cuore.
Auguro ai miei lettori di amare la Vita in tutte le sue sfumature, in tutte le sue sfaccettature, di apprezzare e dare valore anche alle cose più semplici e quotidiane.

Buona lettura con Viaggi in punta di penna (link)!



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