Se smetto di bere scrivo poesie

Se smetto di bere scrivo poesie

Una nuova raccolta di poesie sta per entrare nel nostro catalogo, grazie alla splendida collaborazione instaurata con Gian Luca Galletti, autore di Se smetto di bere scrivo poesie (link). Poesie traboccanti di emozioni, che non solo raccontano della vita, ma di una vita in particolare. Poesie piene di passione e riflessioni, pronte per essere lette proprio come si beve un calice di vino: assaporando il momento.

Gian Luca ha gentilmente risposto ad alcune delle nostre domande.

Ciao Gian Luca, perché scrivere poesie oggi?

Per anni, come ho scritto nell’introduzione al libro, mi sono fatto questa domanda. Che senso ha scrivere poesie? Scrivere poesie ha qualcosa di anacronistico. La figura del poeta o un libro di poesie mi hanno sempre ricordato un feticcio, un oggetto appartenente a un’altra epoca, un modo inattuale di esprimersi. Vero anche che ci sono tanti modi di fare poesia, e che il mio è ancora work in progress; e benché i miei scritti abbiano ora raggiunto la maturità per essere pubblicati, per tanto tempo e fino all’età adulta non li sentivo pronti, inesperti e incompleti come ero io quando ho iniziato a scriverli. Ora che sono diventati grandi quanto me, sento che hanno la forza per raccontarmi. E questa, credo, sia la risposta più sincera e anche la più emotiva alla domanda iniziale. Io scrivo per raccontarmi. Voglio avere la mia occasione. Ho bisogno di mettere in parole quello che sento e che tutti lo sappiano.

Sono convinto che, al dunque di tutta questa necessità di poetare, ci sia ancora il mio irrevocabile bisogno di conferme. Esistenziali. Sul fatto che io esisto, e che sono finché sento. Per di più, non avendo figli, dovrò lasciare al mondo qualcosa di bello e di futile. Che a nessuno frega.

Oppure potrei rispondere dicendo che, sebbene io proprio non riesca a credere che la bellezza salverà il mondo, e che l’estetica sia davvero così etica, quando una mia poesia è bella, allora è anche buona e giusta. Insomma, quando scrivo sono felice. Mi sento pulito. Quando cammino, cammino e basta. Quando scrivo, io scrivo e basta.

Cosa ti piace raccontare, o meglio, c’è qualcosa che vuoi dire al lettore?

Come spesso ripeto a una mia cara amica: “ne sai una più del Diavolo”. “Beh – mi risponde – Lui ogni tanto mi racconta qualcosa…”

A volte penso che l’unico lettore che possa sorprendere sia io stesso. A volte penso di scrivermi messaggi senza capo né coda. O, come mi ha suggerito qualcuno, poesie che si cancellano dopo un’ora. Ho scoperto che con WhatsApp posso mandarmi messaggi e che la spunta è sempre blu… Sono io che mi sto scrivendo, ma non so se qualcuno mi riceve…

Tutto è già stato detto. Così non posso che raccontarne le connessioni. Partendo dai piccoli fatti veri e sapendo che qui, in questa vita, ma chissà in un’altra, più dei fatti esistono le circostanze. Ho letto le motivazioni che hanno accompagnato l’assegnazione del Nobel 2024 per la letteratura a Han Kang. “Per la sua intensa prosa poetica che affronta i traumi storici ed espone la fragilità della vita umana…”. Una consapevolezza unica delle connessioni tra corpo e anima, tra i vivi e i morti…

Questo vorrei raccontare al lettore. Ai lettori. Quelli diversi da me stesso. Esporre la fragilità della vita umana, nelle sue connessioni tra corpo e anima, tra vivi e morti… Potessi avvicinarmi a questo! Riuscire in qualche modo a disvelare, avere una mia intensa prosa poetica…

Com’è nato il titolo della raccolta?

Questo titolo ha rappresentato un terreno di scontro con il mio editore. Ci siamo presi male. Ne abbiamo bruciati tanti, di titoli. Poi abbiamo patteggiato su questo. Secondo me non è bellissimo, ma è coerente con il progetto editoriale e con me come autore. Forse c’entra un po’ Bukowski, forse Guido Catalano, o forse uno dei due Vasco: Rossi vs Brondi. Di certo, è semplice e paradossale. Un proposito da NON seguire.

Come si diventa poeti?

Strana domanda. Leggendo poesie, direi. Ad un più basso livello di consapevolezza, invece, potrei dire che Poeti si nasce. Credo. E che tutti lo siamo. Poi subentra la vergogna. Quel pudore di essere inopportuni. Malaticci e svenevoli. Ragazzi malinconici carenti di serotonina. Il senso di realtà prevale sul paradosso della vita e sulla magia ancestrale della parola evocativa. Di fronte a queste argomentazioni, mi dico: i poeti sono sempre esistiti. Come i pastori che facevano il formaggio o i soldati. E spesso i poeti sono stati casari o soldati. E viceversa.

Poi c’è qualcosa che non so spiegare. Qualcosa che ha a che fare con i processi incoscienti della nostra mente incorporata. O forse con l’anima. Quando qui dentro siamo in attrito con tutto quel mondo lì fuori. O quando, all’opposto, ci sentiamo abbracciati da Madre Terra. Commossi dal sacro che ci risveglia. La foresta di segni ci parla. Ai poeti tocca trascrivere.

Ci racconteresti com’è nata la copertina?

Ti ringrazio per la domanda, poiché tengo molto a questo disegno. Come ho scritto nei ringraziamenti, infatti, il disegno in copertina è nato una sera in un ristorante cinese del mio quartiere, dal nome sprezzante “Felicità”, o preferirei, ” Felicita”… Una bimba di 9 anni mi ha fatto un disegno sul blocco note del cellulare, e, incredibilmente, c’era proprio tutto. Tutto quello che in fondo stavo raccontando. Un cuore nero, dentro un calice di rosso. Un tavolino, qualche foglio sparso e il mio cellulare, dove solitamente scrivo le poesie. Sullo stesso blocco note, come un diario. Il mio cellulare ha ancora lo schermo rotto. C’è una frase che Lei, poi, mi ha condiviso: un cuore nero, da stropicciare, inzuppato nel vino tinto (di rosso)…

Camilla Cevolani, artista del vetro, lo ha rivisitato con grande bravura, facendomene regalo.

La copertina mi piace perché rappresenta quello che ero quando ho scritto quelle poesie. Tutto traballante e così gonfio di sentimenti, tanto dolorosi quanto luminosi, da non sapere dov’ero. Come quel tavolino, quel bicchiere, quel cuore scuro.

Quella stessa bambina mi ha detto, di recente: “vedi di sbrigarti a pubblicare, perché a novembre compio 10 anni e tu hai scritto in fondo al tuo libro: una bambina di 9 anni. Dovrai correggere tutte le copie…” E così ci siamo. Prima dei miei 50 anni, prima dei suoi 10 anni.

Buona lettura con Se smetto di bere scrivo poesie! (link)



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