28 Set Il parco degli elefanti: storie passate e ritorni
Vi presentiamo IL PARCO DEGLI ELEFANTI di Rosaura Galbiati (link), Romanzo VINCITORE del 9° Concorso letterario nazionale di BookTribu,
Motivazioni della giuria:
Il racconto si distingue per la sua profonda esplorazione del “sentire animale”, un’immersione nelle emozioni di elefanti maestosi e fragili. L’autrice restituisce un Sudafrica ferito ma in guarigione, è un’opera che trasporta il lettore in un mondo di rinnovata speranza, attraverso un linguaggio intenso e toccante.
Abbiamo intervistato Rosaura che ci ha presentato così la sua opera:
Il tuo libro intreccia storia e narrazione. Cosa ti ha portato a scegliere gli elefanti come fulcro del tuo racconto?
La risposta può essere semplice: gli elefanti sono da sempre tra i miei animali più amati e, come per tutte le passioni, è difficile spiegarne le ragioni. Intendo dire che non solo “al cuor non si comanda”, nemmeno si può chiedere di razionalizzare troppo…
Più seriamente: credo che l’interesse sia nato come fascinazione con le letture dell’infanzia e poi è cresciuto in modo significativo, grazie anche ai libri di Carl Safina, biologo che ha scritto sulla relazione tra gli esseri umani e il mondo naturale. La lettura del suo libro “Al di là delle parole”, che parla anche di elefanti, è stata memorabile. La prima visita al Parco Nazionale Addo negli anni ‘90 ha fatto il resto. L’amore per la natura può prendere avvio dal conoscere attraverso un libro o il televisore, poi si continua a studiare, magari a desiderare di intensificare i contatti con quel mondo, e a me è successo così.
Intrecciando storia e narrazione in questo libro, ho provato a lasciar sfumare i confini tra realtà osservabile e immaginazione, aprendomi a percorsi che vanno oltre lo scontato e il visibile come se, tra oggettività e identificazione, ogni comportamento degli elefanti – imitazione, intenzionalità, linguaggio, memoria, cooperazione – ci parlasse di noi, ci invitasse a vedere come loro vedono, il che spesso ci aiuta a riflettere sugli animali che siamo.
La prima parte del libro esplora il “sentire animale”. Quali sono state le maggiori sfide nel cercare di dare voce e immaginare le emozioni di creature così diverse, ma anche così vicine all’uomo?
Una sfida nel vero senso della parola: si trattava di scrivere di emozioni animali non come di una semplice fantasia naif, ma utilizzando conoscenze reali sostanziate da dati scientifici; di provare a entrare nella mente e nel sentire animale in una posizione di vicinanza, senza azzerare la differenza con l’animale e senza idealizzarlo, mettendo in luce anche la crudeltà e la fatica del vivere.
Sono partita dalla convinzione che – come ha scritto James Hillman, discepolo di Jung – “gli animali sono portatori di un fuoco che non si vede e di una parola che non si sente” e che tradurne la comunicazione intercettandone le emozioni fosse un’impresa complessa, anche perché ciò che esprimono pare più sofisticato rispetto alla nostra capacità di comprenderlo. E questo è stato il primo ostacolo, un’impresa azzardata, ma che sentivo nelle mie corde e prendeva in considerazione la forma più elementare di coscienza: la capacità di sentire dolore, piacere, paura, fame ma che, andando oltre, includeva emozioni come gioia, curiosità, empatia, lutto.
La sfida vera era speculare su emozioni di creature diverse attingendo alle mie stesse emozioni senza incappare nell’antropomorfismo totale, benché ormai si tenda a non considerarlo più un peccato, ma qualcosa che può orientare i limiti della scienza nella direzione giusta.
Mentre scrivevo sentivo il bisogno di restituire le sensazioni provate da ogni creatura che immaginavo, in una sorta di simbiosi, nonostante l’apparente diversità che separa la vita umana da quella animale.
Il viaggio di ritorno nella riserva ampliata è una parte centrale della tua narrazione. Come è cambiata la tua percezione del Sudafrica e della sua fauna tra la prima e la seconda visita, e in che modo queste esperienze hanno influenzato la scrittura del libro?
Oltre quarant’anni di viaggi in ambienti naturali di tutti i continenti mi hanno mostrato che le realtà non sono mai durature e che un’esperienza successiva in uno stesso luogo porta sempre con sé la consapevolezza che il cambiamento è inevitabile, nonostante a volte sia difficile da accettare. Quando poi le trasformazioni sono dettate dall’impatto umano che lascia segni sempre più consistenti, diventano facilmente motivo di rimpianto.
Credo che a distanza di vent’anni, la percezione dello scarto tra le due visite abbia influenzato molto la scrittura del libro. Durante il primo viaggio aveva prevalso la meraviglia: da un lato la bellezza incontaminata di flora e fauna di cui subivo la seduzione, e dall’altro lo stupore nel venire a conoscenza di tragiche vicende passate. Ho cercato di raccontarlo.
Nella seconda parte del testo, più tipicamente una narrazione di viaggio, c’è uno sguardo più consapevole e più calato nell’interiorità dei pensieri che accompagnano l’emozione affettiva di un ritorno.
Il libro pone un forte accento sulle similitudini tra esseri umani ed elefanti, soprattutto in termini di emozioni come la paura e l’empatia. Pensi che questa riflessione possa cambiare il modo in cui i lettori vedono il rapporto tra l’uomo e la natura?
Me lo auguro davvero. Credo che ci sia un’enorme necessità di trovare interconnessioni – per me una parola chiave del vivere – , l’empatia è il tratto che permette di capire l’altro e di comunicare e che avvenga tra esseri umani e tra altri animali non cambia i termini della questione.
Nessuna specie agisce da sola e tantomeno la nostra, con buona pace di quello che siamo abituati a raccontarci: non c’è niente di più intrecciato della vita. Mi riferisco alla profonda parentela evolutiva che connette la nostra specie con le altre, benché fino a tempi recenti molti scienziati abbiano continuato a contrapporle in modo netto, come se la continuità evolutiva riguardasse solo l’anatomia e non le capacità cognitive ed emotive.
Osservando le interazioni tra animali sociali come gli elefanti, dove il gruppo è la più naturale forma di esperienza di sé e degli altri, è facile cogliere la somiglianza con le società umane, cosa di cui sono più consapevoli le popolazioni che vivono a stretto contatto con l’ambiente naturale e lo rispettano.
Penso che qualsiasi cosa crei legami emotivi tra gli uomini, l’ambiente e le sue creature possa aiutare la conoscenza, favorire l’avvicinamento e anche contrastare l’incuria, le inclinazioni più aggressive e le pulsioni distruttive della natura umana.
Come ho potuto constatare per miei libri precedenti, far levasulle emozioni serve ad attivare nei lettori una partecipazione e un coinvolgimento significativi. Certo, occorre essere disponibili a vedere in creature differenti quelle somiglianze capaci di trasmettere un senso di profonda connessione.
Quando gli animali vengono raccontati non sono più astrazioni, ma diventano storie di vita in carne e ossa che ci attraggono nella loro orbita. L’animale può diventare uno specchio emotivo che fa riconoscere in lui emozioni simili alle nostre, proprio perché passano attraverso la corporeità che condividiamo. Io spero sempre che nel lettore possa nascere un sentimento di identificazione.
Nel tuo racconto, gli uomini sono rappresentati come una delle tante specie che condividono radici comuni con altri esseri viventi. Come speri che questo approccio possa influenzare il dibattito sulla conservazione ambientale e il nostro ruolo nel mondo naturale?
È un dibattito avviato da tempo, che diventa sempre più ineludibile mentre si fa spazio anche un ramo letterario che sostiene la necessità urgente di proteggere l’ambiente e sensibilizzare al rispetto della natura. Penso che ogni occasione sia giusta per aggiornare le conoscenze e correggere idee inadeguate; basta leggere e informarsi perché si ricevano risposte, si aggiungano frammenti di cultura naturalistica, si compensino miopie ecologiche, si modifichino convinzioni oppure si cementino quelle che erano solo intuizioni.
Credo che libri come questo possano aiutare i lettori a considerare che siamo parte di un’enorme rete senza cui non potremmo esistere, in un intreccio complesso dove ogni organismo dipende da altri che a sua volta condiziona.
Inoltre, il racconto dei tanti passi sbagliati commessi nella creazione del parco nazionale Addo può contribuire a far capire dove ancora stiamo sbagliando e a mettere in atto pratiche virtuose.
Conoscere e ammettere gli errori sono condizioni necessarie per un cambio di prospettiva; ragionare e correggere il tiro anche più volte, anche sempre, sapendo che non si impara bene dall’esperienza se poi sfugge la lettura d’insieme o se nel ripercorrere le strade battute ci si limita alla soluzione provvisoria.
In definitiva si tratta di adeguare l’intelligenza dei fatti alla volontà indirizzata al benessere di tutti e anche alla giustizia. Sono convinta che si debba acquisire una dimensione anche ecologica dell’etica che deve esprimersi come giustizia verso la terra, l’aria, le piante, le acque e gli animali.
La vita degli elefanti è una miniera di apprendimenti per chi vuole prestare attenzione e ascoltare il molto che hanno da insegnarci e per chi accetta livelli elevati di consapevolezza e intenzione in creature che a prima vista hanno poco di umano.
E mi piace finire ricordando che secondo Hillman, da prima che ci dimenticassimo di essere animali noi stessi, gli animali tornano a ricordarcelo nei sogni e nelle fiabe. E anche nei racconti.
Buona lettura con IL PARCO DEGLI ELEFANTI (link)!