Quasi tutti i mostri

Quasi tutti i mostri

Ed ecco, amici lettori, il terzo romanzo del mese di settembre della collana BLACK-OUT, curata dallo scrittore Gianluca Morozzi. Vi presentiamo un mainstream, con tinte drammatiche, che vi racconta uno spaccato della vita cittadina indagata da un autore, Lorenzo Busson, che non lascia passare inosservate storie e situazioni che trovano invece nella sua opera, QUASI TUTTI MOSTRI (link) il perfetto palcoscenico per essere rappresentate.

Gianluca Morozzi ha intervistato per noi l’autore.

Com’è nata l’idea di questo romanzo?

L’idea nasce da alcune suggestioni letterarie (più che uno scrittore sono un lettore), soprattutto dall’osservazione del fatto che spesso si leggono storie, racconti, romanzi, articoli di cronaca che ci pare di aver vissuto in prima persona o che raccontano cose che in parte già conosciamo perché rappresentano aspetti ricorrenti nelle dinamiche sociali e familiari, perché intercettano strutture originarie della mente e dei comportamenti umani.
Capita di leggere una saga familiare, magari scritta da un autore eccelso, e di pensare “ma questa storia la conosco già, mi ricorda una serie di situazioni che mi hanno direttamente coinvolto o che sono capitate a gente che conosco”.
Certe situazioni da tragedia greca o da farsa da bar di periferia possono capitare a noi, ai nostri amici o ai vicini di casa. L’orrore della quotidianità, i fantasmi del passato, la malattia, le frustrazioni, le morti che cambiano improvvisamente la vita di chi rimane, le ipocrisie dell’istituzione familiare, i conflitti generazionali, l’amore e l’odio, la disonestà e la diffusa corruzione li conosciamo tutti, li abbiamo visti e letti, ci sono stati raccontati molte volte ma continuano a ripresentarsi in veste sempre nuova, in differenti contesti sociali e ambientali, tra tutte le categorie di persone. Ho pensato che si potessero raccontare come vicende di una piccola città della provincia padana.

Come hai sviluppato i personaggi e le loro relazioni?

Ho pensato di non usare la tecnica del narratore onnisciente, ma di far parlare in prima persona i diversi personaggi. C’è un protagonista principale (Gabriele) attorno al quale ruota tutta la vicenda; tutti gli altri personaggi intervengono direttamente per raccontare la storia dal loro punto di vista: abbiamo così differenti versioni degli stessi fatti raccontati, continue aggiunte e sottrazioni attraverso il racconto di Giuliana, figlia di Gabriele, del padre Avvocato, della madre, della moglie, del fratello, della cognata, dell’amante del vecchio Avvocato … ognuno dice, smentisce, corregge, integra, confuta. Il puzzle si costruisce a poco a poco, attraverso un discorso collettivo che spesso è disarmonico e che lascia al lettore una certa libertà interpretativa.

L’ambientazione è un punto forte del romanzo. A quali luoghi ti sei ispirato?

Ovvio che, vivendo in una piccola città di provincia, ho cercato di raccontare vicende, che potrebbero però capitare anche a Berlino, a Montevideo o a Los Angeles, adattandole al contesto e per fare ciò, mi sono inventato Rosata (un po’, absit iniuria verbis, come la Vigata di Camilleri che ha tutte le caratteristiche della cittadina siciliana). È proprio nella provincia padana che l’ipocrisia (sociale e familiare) prospera. Nella provincia bigotta col culto “dei schei” sono esplosi clamorosi scandali bancari. Da lì partono comitive (anche femminili) che vanno a fare turismo sessuale in paesi del terzo mondo. Lì molti drammi familiari vengono risolti in modo violento … Molti critici obiettano che in Italia non si riesce a scrivere nulla che non abbia un’impronta provinciale. Però la provincia è popolata di mostri; chi vi abita, come me, li conosce bene perché li vede tutti i giorni e ne osserva la inquietante normalità. Magari nelle grandi città non si ha il tempo per soffermarsi a riflettere, tutto scorre in modo troppo frenetico e non si riesce ad afferrare niente.

Progetti futuri?

Ne ho molti. Nell’archivio del mio computer ho almeno quattro (forse cinque) romanzi abbozzati. Ogni tanto ne riprendo in mano uno e ci lavoro per qualche settimana. Poi mollo e ne prendo in mano un altro … se si creano le condizioni favorevoli dovrei poter tenere occupati i prossimi sette / otto anni.
Un progetto riguarda il racconto degli anni ’80 a Rovigo, la mia città, la piazza centrale, i miei luoghi dell’anima.
Un altro riguarda la scuola. Sono un insegnante che andrà in pensione tra un paio di anni dopo quattro decenni trascorsi in cattedra. Ho già pubblicato due libri sulla scuola: Studenti serpenti (2001) e Autopsia della buona scuola (2017). Sono libri che descrivono una realtà scolastica già sconcertante, ma mai come quella di questi ultimissimi anni. Essendo “in uscita”, vorrei descrivere le macerie della scuola post-covid, quella dell’accoglienza e dell’inclusione senza se e senza ma, quella delle Uda e del Pon, quella trasformata dall’applicazione delle teorie didattiche innovative (che dicono a te insegnante da quarant’anni che la scuola non deve trasmettere conoscenze, ma sviluppare soft skills e altre deliranti amenità) in un Grest estivo, in un giardino zoologico dove un ragazzo che non sa una sola parola di italiano deve essere promosso perché si sta inserendo bene nella classe …
Ho abbozzato anche un giallo/comico e un romanzo distopico (più o meno …) e altre cose.
Non ho il problema del tempo libero.

Ringraziamo Gianluca Morozzi per la sua intervista a Lorenzo Busson. Buona lettura con QUASI TUTTI MOSTRI (link)!



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