4,95€ – 18,00€
Grazie fata Morgana, che talvolta mi avvicini alla morte riuscendo a riportarmi tra le forti braccia della vita.
L’autore: “Non c’è due senza tre, il cacciatore di Bestie non si fermerà e Riccio non si arrenderà mai”.
Riccio, costretto dalla Sclerosi Multipla su una sedia a rotelle, affronta una solitudine che la pandemia acuisce, fino all’arrivo di Gufo, giovane studente problematico. I due condividono una convivenza ruvida ma sincera, fatta di confronti e segreti svelati. Gufo propone a Riccio una festa post-pandemia per riunire vecchi amici, ognuno alle prese con la propria “bestia” interiore. Riccio, però, vede la festa come un’ultima occasione prima di togliersi la vita, circondato da chi ha segnato il suo passato. Tra alcool, rancori e segreti rivelati, la festa si trasforma in uno scontro emotivo: il desiderio di morte lascia il posto alla sete di vendetta contro Tasso, traditore e amante del suo unico amore, Istrice. Intanto, Lince e Istrice lottano contro i propri demoni, rivelando come vittime e carnefici si confondano. Una narrazione che esplora malattie, dipendenze e relazioni umane, trasformando il dolore in catarsi e mostrando la forza che si nasconde nella fragilità.
| Formato | cartaceo, mobi |
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MONICA VEGGIAN –
“Arrivano le bestie” è un libro che sapevo di voler leggere, ma sapevo anche che non sarebbe stato un libro facile. E non lo è. Se per bestie qualcuno desidera intendere teneri coniglietti pasquali o gattini infiocchettati, no; le bestie qui non sono dolci (cit. “Le persone con disabilità non sono tutte coccolose e carine: Riccio era una carogna e …”). Le bestie sono invece terribilmente reali, e non perché siano terribili (perlomeno non tutte), ma proprio perché sono reali. I protagonisti di questo libro non hanno nomi di persone, ma di animali; e questa è una delle prime curiosità nello stile narrativo di Cancemi. L’unica bestia che dovrebbe avere un nome di animale, cioè il cane, si chiama Pippo. Mentre per tutte le persone Cancemi ha scelto un nomignolo: Riccio, Gufo, Castoro, Orso, Istrice, Lince …. La narrazione è così dettagliata che, secondo me, da qualche parte ci sarà un Mario Rossi che sa di essere anche Castoro, una Maria Verdi che sa di essere Istrice. Ma queste sono solo congetture. Sì, perché questo libro è sconnesso, volutamente sconnesso, come forse vuole farci sentire l’autore. Ci presenta il suo mondo presente, il suo mondo passato; ci presenta lo scontro dei suoi mondi. Ci parla in prima persona, ci parla in terza persona. A tratti si stacca da sé stesso, a volte ci porta dentro di sé (cit. “Riccio correva, Riccio scappava, Riccio apprezzava la vita”). Cancemi gioca con i verbi, li coniuga come vuole, non segue le regole: già in sé questa è una sorta di sfida. In un contesto difficile, il lettore si trova di fronte ad una narrazione forte, inconsueta, aggressiva, pungente; un linguaggio carnale, duro, concreto, a volte cinico. Però nitido, in uno stile po’ outsider vicino a Bukowski; e come Bukoswki Cancemi parla di solitudini, di emarginazione, di modi più o meno ortodossi per continuare a campare, ad andare avanti (cit. “Non ce la faccio, non so neanche per cosa dovrei farcela. Non voglio aiuti. Non piango mai, ma non ho mai smesso di piangere. Volevo correre, ma in realtà non ho mai coso. Volevo amare, ma non ho mai amato veramente. L’accidia mi sovrasta, voglio conquistare il mondo”)
Riccio ci lascia entrare nel suo mondo, ma non è un mondo facile e non è facile il modo in cui ci apre le porte. Non c’è traccia di business in questo libro crudo di Cancemi: non ci propone un testo commerciale, ci sfida invece a tenergli testa, a stare con lui riga dopo riga. Ci mostra un mondo talvolta corrotto, di amici corrotti, di amici che non sono amici, di donne che sono amanti ma non sono amori, di amori che sembrano sesso e di sesso che è puro sesso. Ci mostra donne fragili che rinnegano i propri corpi, uomini abbandonati da chi avrebbe dovuto amarli.
Per contro, Cancemi non rimane mai avvolto in un totale noir.
Tenera e controversa la figura di Gufo, un imbranato assistente sociale; dolce la figura di Istrice (cit. “Ancora una volta e a distanza di anni, Riccio ebbe un nuovo colpo di fulmine per lei. Istrice era la donna più bella del mondo per Riccio, il suo sorriso lo ammaliò, ancora una volta, lui non aveva mai smesso di pensarla. Riccio non aveva mai smesso di amarla”).
L’autore lancia un messaggio, più di un messaggio.
Di stordimento, di disperazione, di angoscia nel passaggio dal giovane e sano Riccio, al Riccio che riceve l’esito di una diagnosi che gli cambia la vita.
Attenzione, però: gli cambia la vita, ma non gliela spezza (cit. “Riccio correva, Riccio scappava, Riccio apprezzava la vita”).
E nel cammino con lui, nel viaggio fra il presente e il passato, arriviamo a quel finale che tanto mi ha colpito in un’intervista di Cancemi, il quale diceva circa che per lui la ricerca è “di ciò che si può fare, non di ciò che non si può fare”.
Ce lo dimostra con i risultati concreti che ha raggiunto, che raggiunge, che continuerà a raggiungere.
Ce lo dimostra con una scrittura pungente che fa male, ma se non facesse male non ti resterebbe dentro, e lui ti vuole entrare sottopelle. Non può essere dolce. Non se lo può permettere.
Eppure nel compiere il viaggio con lui, è diverso il Riccio che troviamo nelle ultime pagine.
Non mi permetto di estrapolare nulla dell’ultimo percorso nel quale Cancemi ci conduce, perché è proprio nelle ultime pagine che lo “vediamo”. Che lo vediamo per com’è: consapevole. Vivo. Concreto. Grato. Un uomo che riesce a girarsi indietro, ad analizzare il ragazzo che è stato e l’uomo che è; un uomo che decide di non voler sopravvivere, ma di voler vivere.
E questo amiamo di Piero Cancemi: un percorso duro che culmina con una visione lucidissima non solo di ciò che ha perso, ma di tutto quanto ha guadagnato e di tutto quanto ha costruito e costruirà.
Grazie, Piero, per averci donato una parte di te.
Grazie per averci fatto vedere chi sei: senza maschere, senza edulcoranti, a volte senza pietà.
Grazie.
Giulia Vogliotti –
Una gomma non può mai cancellare i ricordi presenti nella mente
“Arrivano le bestie”, l’ultima opera di Piero Cancemi edita da BookTribù, è un romanzo narrativo forte e pungente adatto a “pochi eletti”, riservato per così dire a una ristretta cerchia di persone. Chi sceglie di addentrarsi in questo viaggio letterario deve farlo con consapevolezza, e forse non tutti ci riusciranno.
Queste ottantuno pagine, malgrado possano sembrare poche per via dei capitoli brevi di cui sono composte, non devono venir prese alla leggera. Insomma, non si tratta di un testo di facile e rapida lettura da condurre se si ha la testa altrove. Occorre sentirsi pronti per poggiare adeguatamente gli occhi su queste righe: la mente dev’essere sgombra da qualsiasi pensiero troppo invadente, qui la distrazione non è contemplata. In questo caso, la lettura non dev’essere un passatempo, o un diversivo quando non si ha di meglio da fare; non può essere quel testo che giace immobile nella libreria e, siccome ormai è impolverato con alcune pagine ingiallite dal tempo, allora si decide di aprirlo.
Non è un libro “da passeggio” o da gustare quando ancora si ha in bocca l’aroma del caffè appena sorseggiato, mentre si corre da una parte all’altra della città pensando che forse è il momento giusto per concedersi una piccola coccola, una pausa che fa “staccare la spina” prima di riprendere la frenetica routine quotidiana.
L’autore ha un obiettivo ben preciso: vuole lasciare un segno indelebile nella mente del suo lettore ed è per questo che in conclusione afferma: crematemi, pisciatemi, sputatemi e per gli amanti del cannibalismo, mangiatemi e dopo cagatemi. Lui colpisce, sfida, provoca, ammicca con uno stile narrativo “disordinato” tra passato, presente e futuro muovendosi scaltro tra una 1° persona e una 3° persona singolare.
Bisogna stare attenti, perché d’improvviso è capace di portare il lettore, perlomeno col pensiero, a immedesimarsi nei personaggi. In un batter d’occhio ci si ritrova insieme ai protagonisti nudi su un letto, lì dove si fa sesso. Sesso sì, non l’Amore, capite? È un confine leggero e sottile, ma quanta differenza fa a ben pensarci? Io scelgo l’Amore. Sempre!
Come si può notare, Piero Cancemi non si fa scrupoli: mai sapremo se i suoi personaggi si Amano Veramente o se s’incontrano volontariamente sotto le lenzuola per noia, disinteresse o per fatidiche circostanze in grado di creare l’occasione perfetta affinché nessuno dei due rinunci a quella fusione indimenticabile di corpi, baci, sospiri, sussulti, respiri, eiaculazioni e orgasmi.
Possiamo vedere, infatti, come il quarantaseienne Riccio, costretto a fare i conti con il progredire della Sclerosi Multipla, sia ancora in grado di far rivivere alla sua amata Cicala orgasmi dimenticati, mentre le sue coscie invitavano le dita di Riccio dentro la sua vagina grondante di piacere.
Non è da sottovalutare, però, che una malattia cronica – la Bestia – può modificare la funzionalità del corpo influenzando negativamente la sessualità.
Cancemi lo dice forte e chiaro: tra le tante visite mediche a cui Riccio si sottoponeva periodicamente solo una lo scombussolava, facendolo sentire perennemente inadeguato: quella urologica. A ogni appuntamento programmato Riccio doveva porsi letteralmente a nudo – allo stesso modo dell’autore, o sbaglio? – davanti a più persone che dovevano dare precise prescrizioni. Ciò nonostante, l’impudente Tadalafil stava svolgendo sapientemente il suo compito: gli stava facendo esplodere le mutande.
Questa volta il merito andava attribuito a Naya, bella come una Dea. Riccio e Naya avevano un comune denominatore: la sedia a rotelle e la Sclerosi Multipla.
Per ogni persona malata di sclerosi multipla tutto è una sfida che richiede l’acquisizione nuovi accorgimenti: Riccio, prontamente, mise la mano sulla sedia a rotelle con i freni attivati e restò in piedi per assaporare la sua schiena e le sue natiche. In questo modo scoprirono che entrambi potevano avere orgasmi di gioia – farei carte false pur di sentir dire una simile affermazione dal mio partner.
Inutile negarlo, questi momenti che ho provato a mascherare in pochi semplici passaggi, tengono inevitabilmente il lettore incollato alle pagine.
A momenti alterni capita di sentirsi persino di troppo durante la descrizione di alcune scene rese visibili anche a chi non vede. Eppure, la lettura ci ha condotto lì, non è possibile sottrarsi o nascondersi. Ci si sente a disagio e in colpa, perché è come se si percepisse di essere il terzo incomodo. Diamine!
Se da un lato il Cancemi ci costringe a osservare da spettatori i suoi personaggi, dall’altro invita implicitamente il lettore a riflettere sulla propria relazione sentimentale.
Piero tira schiaffi con le parole, sappiatelo! Sceglie appositamente un lessico che non conosce mediazioni, è nudo e crudo. Scuote le coscienze in modo prepotente, sgarbato e se non si è abbastanza pronti che si fa? Bisogna accettare di lasciarsi prendere per mano dall’autore, lui afferra molto bene la presa, è sicuro di sé. Il lettore un po’ meno, non di rado tenta di fuggire, pur fallendo a ogni suo flebile tentativo.
Io stessa, infatti, prima di riuscire a scrivere queste poche righe l’ho dovuto digerire, metabolizzare: quando mi capita di trovarmi di fronte a un foglio bianco generalmente l’ispirazione arriva di getto, di colpo, senza pensarci troppo. Mi basta semplicemente riordinare i pensieri e trascriverli in una sintassi grammaticalmente corretta, perché già so dove voglio andare a parare e cosa desidero raccontare.
Il buon Cancemi, invece, mi ha messa a dura prova; sono stata costretta a modulare il mio vocabolario, la mia impulsività. In fondo, a 26 anni, sto per terminare la mia prima recensione; ci sto mettendo la cura e la delicatezza necessarie nella scelta della terminologia adatta per rappresentare in veste figurativa quanto questo libro mi ha donato. E se proprio devo dirla tutta – lo sa bene il “padre” di questa creatura – il romanzo non appartiene al mio genere, non mi si addice, non fa per me.
Ho sempre sottovalutato la sfera erotica, carnale, sessuale: non ve l’aspettavate, eh?! Nemmeno io. Mai lasciarsi catturare esclusivamente dalla copertina o da quella trama che svela poco nulla perché, si sa, il più delle volte l’apparenza inganna.
A ben pensarci, comunque, ritengo che Piero Cancemi sia uno scrittore profondamente coraggioso, perché bisogna essere abili – e non più disabili – per scrivere un’opera di tale portata. L’autore si espone a 360° e lo fa in maniera autentica: attraverso Riccio si confida al lettore, ponendo nelle sue mani gran parte delle difficoltà che sono all’ordine del giorno. Lui sa di cosa parla, perché vive la malattia sulla propria pelle, in prima persona – questo è il vero colpo di scena.
Se pensiamo che al giorno d’oggi basta un unico clic per modificare le immagini che abitano i profili dei social che maggiormente si prediligono, credo che Piero sia una perla rara da trovare in un mondo che sempre più si accontenta del fittizio e del superficiale.
Si discosta da tutto questo preferendo mostrarsi per quello che è: un ragazzo semplice che, sotto il sole cocente della sua amata terra, avrebbe voluto continuare a correre sulla sabbia, mantenendo le braccia rivolte verso il cielo per respirare quella fottuta libertà mischiata alla sua inarrestabile voglia di vivere e di sognare ancora, ancora e ancora.
La vita, appunto, è una maestra che si “diverte” a combinare e scombinare i nostri piani a proprio piacimento. Lei con una mano toglie e con l’altra offre sempre qualcosa, lei ci porta in dono le persone che giorno dopo giorno incontriamo sul nostro cammino; lei, più di tutti, ci fa Amare Veramente qualcuno.
E se è vero che oggi a Piero ha tolto la forza nelle gambe, non si può omettere che gli ha anche regalato la forza necessaria per continuare a vivere. Come? Facendo dei compromessi prima di tutto con sé stesso: si è dovuto impegnare per aprire la porta di casa ai soliti assistenti che effettuano il servizio domiciliare dedicato alle persone con disabilità. Ha poi dovuto fare a pugni anche con il suo senso pudico: il più delle volte si è trovato costretto a distrarsi per non avere un’erezione quando, i seni (coperti dalle divise) di donne bellissime che lo facevano per lavoro, sfioravano il suo membro mentre lo aiutavano a indossare l’urocontrol con la sacca raccogli-urina attaccata. Come se non bastasse, a tutto questo si aggiunge anche il piacere – si fa per dire – di essere stuprato da clisteri notturni per riuscire ad evacuare.
Allora, caro lettore, ti do un consiglio: il giorno in cui deciderai di conoscere più da vicino Riccio, le sue amanti e i suoi amici, non dimenticare che qui c’è qualcuno che ha resistito da resiliente. Tu chiudi il libro e ringrazia la vita.